
Pier Paolo Pasolini
Come ricordava nel 2000 nella sua introduzione ad un libro Angelo Melchiorre, studioso attento e rigoroso nato all’Aquila nel 1935 e scomparso ad Avezzano nel 2014, quando Pier Paolo Pasolini pubblicò il suo “Canzoniere italiano” (Milano, Garzanti, 1972), scrisse di aver abbondato nella scelta della poesia popolare abruzzese, ma si giustificava dicendo che l’Abruzzo, sul piano generale, poteva essere designato come “specimen di poesia folklorica”, come si evidenziava da due testi, uno di De Nino del 1881 e uno di Finamore del 1886, ricchi di materia suggestiva. Il “canzoniere abruzzese” gli sembrava, scriveva Pasolini, “tra i più autenticamente e deliziosamente popolari”, tanto più che l’Abruzzo, pur non essendo un’isola, per ragioni culturali e geografiche appariva alquanto “isolato”. Le considerazioni di Pasolini si inquadravano nell’ambito di un grande dibattito in corso negli anni settanta sul significato e sul valore dei canti popolari e, di conseguenza, sull’asserita contrapposizione tra poesia colta e poesia popolare. Quest’ultima appariva a Pasolini il prodotto del rapporto tra due diverse classi sociali. Quando era iniziativa di un individuo o di un gruppo appartenente alla classe superiore, il risultato poetico non poteva essere che una poesia colta, che, nel contatto con la classe inferiore, poteva assumere forma di carattere maccheronico o squisito. Quando era iniziativa di un individuo o di un gruppo di individui appartenenti alla classe inferiore, il risultato poetico non poteva essere che poesia popolare, derivante da un’acquisizione di dati culturali e stilistici provenienti dalla classe dominante, ma che avveniva secondo una fenomenologia da studiare nell’ambito di una cultura inferiore e primitiva. Sia la poesia colta che la poesia popolare erano, perciò, essenzialmente dovute ad un solo tipo di cultura, quello storico del mondo in evoluzione dialettica, che acquistava, “discendendo”, caratteri ritardatari e primitivi.
Lo stesso tema che affrontava Pasolini sul piano della differenza tra poesia colta e poesia popolare, negli stessi anni veniva affrontata riguardo alla presunta contrapposizione tra canti d’autore e canti popolari che venivano eseguendo i vari complessi folclorici o gruppi corali. C’era chi, come Giuseppe Vettori (”Canti e poesie popolari”, Roma, Newton Compton, 1975) parlava dei canti eseguiti dai cori abruzzesi come di “una paccottiglia da Abruzzo forte e gentile”. Chi riteneva che dovesse prevalere il canto tradizionale popolare sul canto folclorico d’autore, sosteneva che vi dovessero prevalere alcuni temi. In primo luogo ci doveva essere una prevalenza di una cultura orale rispetto a quella scritta, nella quale primeggiava invece la produzione di autori quali Dommarco, Albanese, Illuminati, Di Iorio, esponenti di una cultura colta. In secondo luogo ci doveva essere un maggiore contatto con la natura, mentre invece i canti d’autore, espressione di una cultura dotta, sembravano ed erano di fatto composizioni artificiali, nate a tavolino. In terzo luogo si doveva registrare una mancanza di mezzi di produzione, espressione di una emarginazione di fatto, economica e sociale, che si doveva escludere per i canti di autori che esprimevano la media borghesia cittadina e non ceti subalterni. In quarto luogo ci doveva essere una prevalenza della “langue” sulla “parola”, per usare una distinzione di Ferdinand De Saussure, il padre della linguistica moderna, oltre ad una creazione collettiva (anonima), sia del canto che delle armonizzazioni, sovrabbondanti nei canti d’autore e nei cori folklorici. Infine vi doveva essere una persistenza di orientamenti definibili come “apotropaici” e perfino magico-rituali, mentre i canti d’autore esprimevano sentimenti individuali di tipo esistenziale.

Franco Cercone
Tra gli studiosi abruzzesi ci furono orientamenti diversi e contrapposti. Ottaviano Giannangeli (1923-2018) esprimeva la sua fede nei canti d’autore, celebrava come classici Dommarco, Albanese, Illuminati, Di Iorio e tesseva le lodi dei cori, senza i quali, secondo lui, nessuno avrebbe più pensato ai canti popolari abruzzesi e si doveva al fatto che li riproponessero l’averli conservati e propagandati mediante elaborazioni più autonome e profonde realizzate da chi aveva competenza, capacità, scienza, ma anche gusto innato. Di parere opposto era Franco Cercone (1935), il quale esaltava i canti popolari, che considerava non “una esercitazione di ceti sociali privilegiati”, ma “preciso connotato delle masse popolari”, inseriti “in un contesto economico-sociale precario”, che a volte emergeva nelle orazioni in onore di determinati santi che potevano essere considerate veri e propri canti di morte rituale.
Altri facevano notare che ormai non erano più reperibili le testimonianze autentiche dell’antica cultura contadina e che i documenti scritti e orali che si potevano rintracciare erano assai pochi. Per di più spesso ci si trovava di fronte a “mistificazioni” di autori regionali e non, che spacciavano come canti

anonimi popolari canti che non lo erano ed erano in realtà d’autore. D’Altro canto, si osservava, anche il contadino che con voce anonima registrava al microfono di ricercatori ed etnomusicografi i loro canti tradizionali, non era lo stesso che cantava liberamente in campagna nel momento stesso in cui svolgeva la sua funzione, ammesso che fosse davvero mai esistita una funzione contadina del tutto autonoma dal resto della vita e quindi dai ceti superiori e borghesi. Quest’ultima posizione critica veniva assunta proprio da Angelo Melchiorre nel proporre una rivalutazione dei canti d’autore, pur basati su una maggiore attenzione alla sostanza e alla forma filologica della cultura popolare, affidati ad una operazione che egli chiamava di “ricalco” e che giudicava perfettamente riuscita nella realizzazione di una registrazione di “stornelli tagliacozzani” da parte del Gruppo Corale “Venturini” di Tagliacozzo, diretto a lungo dalla maestra Elisa Blasetti.
Elso Simone Serpentini

Corale Luigi Venturini Tagliacozzo
