Il 6 novembre 1956 il musicista ortonese Guido Albanese, autore della musica della celebre “Vola vola Vola”, intervenne in un dibattito che si era aperto sulla stampa nazionale sul  tema “Ali per la canzone abruzzese”, basato sulla risposta da dare ad un interrogativo: “Perché la canzone abruzzese non supera i limiti della regione?”

Lo faceva a tre anni di distanza da quando il suo capolavoro, “Vola vola vola”, aveva varcato non soltanto i confini regionali, ma anche quelli nazionali, trionfando la sera del 31 maggio 1953 al Festival di Parigi, eseguita da un’orchestra diretta da Nello Segurini, che aveva curato un arrangiamento speciale, e cantata da Gino Latilla e Carla Boni, due cantanti tra i più noti e celebrati del tempo.

Nella versione parigina aveva avuto un grande successo radiofonico e discografico, e, sempre nello stesso anno, 1953, grande successo aveva anche avuto l’incisione discografica di “Vola vola vola” di un grande interprete della canzone italiana: Claudio Villa.

       

Albanese osservava subito che il dibattito era iniziato in un contesto in cui era prevalente la convinzione che la canzone abruzzese fosse in decadenza e stesse ripiegando verso “forme concertistiche” con la prevalenza del “tono minore” in brani costituiti da “a soli” seguiti o no dal coro. Fin dal 1923 era stata avvertita la necessità di smuovere le masse corali dalla staticità, affidando canzoni anche a solisti. Albanese osservava anche che la canzone abruzzese non sapeva reagire al “vento dell’ovest”: all’avvento del jazz, fenomeno storicamente grandioso al quale non si erano sottratte né la musica sinfonica né la musica operistica, che si erano avvalse dal nuovo ossigeno apportato per mezzo di nuovi ritmi e di nuovissime strumenti. C’era poi la questione delle “dannate terze”, il canto corale a due voci alla maniera agreste, che sembrava costituire una grossa colpa dei musicisti abruzzesi. Secondo Albanese, gli elementi che ostacolavano l’operazione di dare “le ali” della canzone abruzzese e di farle varcare gli angusti confini regionali, erano ravvisabili su tre piani: 1. Il dialetto e le melodie, 2. L’organizzazione editoriale. 3. La Radio-TV.

Per quanto riguardava il primo piano, Albanese affermava che era una vecchia storia: in Abruzzo esistevano mille dialetti e non si aveva “un” dialetto. Dal litorale agli altipiani, ai monti si susseguivano diverse parlate con diverse caratteristiche (le “e” di Ortona, le pronunce di Vasto, di Lanciano, di Pescara, di Cheti, l’articolo “ju” dell’Aquila, la “cadenza interrogativa” di Teramo…). Non c’era una città che fosse riuscita nel tempo ad estendere e imporre il proprio dialetto, come invece avvenuto in altre regioni. Non c’era, poi, in Abruzzo, un teatro dialettale e vani erano risultati i vari tentativi di personaggi autorevoli, e, se non era sorto, e pare che non potesse sorgere, un attore dialettale abruzzese era forse perché non c’era mai stato un attore di genio? Trasferendo il discorso sul piano della canzone, ad ogni nuovo concorso c’era stata una nuova Babele, e si era costretti a restare mezza giornata a cercare di capire il significato di qualche parola.

Bisognava, dunque, fare canzoni alla maniera del Maestro Di Lazzaro [autore di “Reginella Campagnola”], cioè scrivere di cose abruzzesi in italiano? Era un’idea, di quelle felici e a volte geniali. Ma in questo caso dove sarebbe andato a finire il dialetto abruzzese, che fine avrebbe fatto “la fresca parlatura paesana”? La domanda restava quella che era sorta già nel 1920: si voleva fare la canzone abruzzese? La si voleva far progredire, ma mantenendo il suo profumo e il suo calore e i suoi colori? Oppure si doveva seguire l’opinione di coloro, tanti, per i quali bastava “accocchiare” 16 o 32 battute in tempo di polka e di quegli altri che ritenevano che con 11 sillabe, o con 8 o con 7, si facevano le poesie, che poi erano solo versi, senza mai sentire di avere un’idea, una linea, una nuova “trovata”? In nome di Dio, esisteva una canzone abruzzese, con le sue forme, i suoi modi, che la distinguevano da quelle napoletane, siciliane, piemontesi, trentine, toscane? La canzone abruzzese aveva un suo carattere?

Parlando del secondo piano, quello dell’organizzazione editoriale, Albanese sottolineava che gli editori, com’era loro mestiere, non vedevano che l’affare, artistico, ma sempre affare, erano sempre attenti all’esito di una loro avventura finanziaria. Qual era il costo del lancio di una nuova canzone? Non meno di un milione. Nessuna meravigli, dunque, se l’editore era diffidente, se ravvisava grossi ostacoli nel dialetto abruzzese, nella forma corale, nel fatto che la canzone non era, fino al momento, un ballabile moderno, cioè una beguine, una samba, un bajon, un boogie-woogie o un Rock ‘nd roll.

Per il terzo piano, quello della Radio Tv, Albanese metteva in evidenza che essa aveva sempre grandi esitazioni in fatto di esecuzioni e si poteva darle torto se dava il passo solo a complessi perfetti? I consigli finali che Albanese dava era per il primo piano di dare spazio alla fantasia, ad un poco di genialità, in una parola alla poesia, per il secondo piano di studiare una forma di organizzazione editoriale oppure suscitare l’interesse di qualche editore nazionale, per il terzo piano affidarsi a Maestri con la “M” maiuscola, che selezionasse le voci, caratterizzasse i complessi e variasse i programmi, ma stando attenti a non compiere passi falsi, perché una eventuale caduta avrebbe trascinato nel vuoto la stessa canzone abruzzese.

Se si bada bene, i consigli di Albanese sono perfettamente conformi a quanto è stato fatto dal Maestro con la “M” maiuscola Enrico Melozzi, il quale ha applicato la sua genialità alla creazione di una poesia musicale, alla creazione di una struttura organizzativa che ha edito e allestito la Notte dei Serpenti, suscitando l’interesse di un editore nazionale assai qualificato, quale la Rai, (sulla battaglia persa da Albanese nel tentare di portare in Rai la canzone abruzzese, tornerò specificamente) perseguito la perfezione, la selezione delle voci, la caratterizzazione dei musicisti strumentali e del coro, variando il programma delle canzoni scelte, affidandosi al contributo di ospiti nazionali nella veste di cantanti di richiamo, con qualche legame con l’Abruzzo o traducendo in dialetto abruzzese alcune strofe delle loro canzoni di successo. La Notte dei Serpenti ha rinnovato e conservato al tempo stesso la tradizione popolare, puntato su un dialetto abruzzese il più possibile unitario (pur lasciando quello originario per i testi più tipicamente locali) e Melozzi ha seguito l’altro consiglio di Albanese, quello di armonizzare la musica tradizionale in nuove forme e ritmi, secondo lo slogan “poppizzare la canzone dialettale e dialettizzare ‘abruzzesisticamente’ il pop”. Ha anche badato a non fare passi falsi, consapevole del rischio che corre e dal quale Albanese metteva in guardia: quello di trascinare nella propria eventuale caduta tutta la canzone popolare abruzzese. Guido Albanese scrisse una volta: «La canzone d’Abruzzo non è morta. È solamente addormentata e bisognerà ridestarla, perché riprenda il suo cammino”. Diciamo che con Enrico Melozzi e la Notte dei Serpenti si è ridestata e si è rimessa in cammino.

Elso Simone Serpentini*

* Tutta la questione viene esemplarmente riportata dal compianto Francesco Sanvitale (1955-2015) nel suo libro “Le avarizie della fortuna. Guido Albanese musicista popolare”, EDT, Istituto Nazionale Tostiano, 1999.