Le prime ricerche del Centro Nazionale di Studi di Musica Popolare, condotte tra il 1848 e il 1952, riguardarono aree e tematiche del folklore musicale centro-meridionale: i repertori degli zingari di Abruzzo e Molise (raccolta 3); le comunità contadine del Lazio (raccolte 2, 5, 9, 12 e 169; della Sardegna (raccolta 13, 14 e 15) e della Sicilia (raccolte 1 e 17). La raccolte di questa prima fase dell’etnomusicologia italiana erano caratterizzate da una evidente ansia di documentazione sul campo. Le raccolte erano contrassegnate da una certa curiosità romantica-musicale e avevano il limite, riconosciuto dallo stesso Diego Carpitella, che fu uno dei protagonisti di quella fase di ricerca, di non collocare lo studio delle tradizioni etnomusicali all’interno di un orizzonte più vasto di problematica etnologica e storica. La raccolta che marcò un vero e proprio cambiamento nell’approccio della disciplina fu la raccolta n. 18, relativa ai documenti sonori registrati dallo stesso Carpitella e dall’antropologo Ernesto De Martino (1908-1965)

Ernesto De Martino (1908-1965)in Basilicata nel 1952. I due studiosi si recarono in dodici località della regione per compiere un’analisi antropologica di ampio respiro e Diego Carpitella si occupò personalmente di registrare ed analizzare repertori cantati. La ricerca portò alla luce un vasto patrimonio musicale, fino ad allora sconosciuto, in cui fu possibile ritrovare, ad esempio, ninne nanne e lamenti funebri. La ricerca sfociò nell’importante studio di De Martino sulle pratiche tradizionali legate al piano rituale, confluito nel volume “Morte e pianto rituale” (Boringhieri, Torino, 1975). Con questo lavoro si manifestò pienamente la vocazione meridionalista dell’etnomusicologia italiana. I risultati prodotti furono fondamentali per lo sviluppo della disciplina e gettarono le basi per un modo di fare etnologia sul campo e in équipe. Collocando la registrazione dei documenti musicali nel quadro di una più ampia prospettiva di ricerca di carattere etnografico, folkloristico e storico-culturale in genere, come annotava ancora lo stesso Carpitella.

Il metodo di indagine denominato “dalla culla alla bara” influenzò notevolmente gli studiosi di etnomusicologia che si applicarono nella ricerca sul campo negli anni successivi. Inoltre segnò un importante precedente nel nostro Paese, poiché registrò il coinvolgimento di un’équipe multidisciplinare, composta da un fotografo, collaboratori per la raccolta di materiale e altri professionisti. Fu grazie a questa ricerca che emerse e si impose la figura di Diego Carpitella, che in breve tempo venne considerato uno dei padri fondatori dell’etnomusicologia scientifica in Italia, dopo aver realizzato nel corso degli anni ’50 una serie di ricerche fortemente innovative, che avevano colmato il divario con l’etnomusicologia anglo-americana.

 

Alan Lomax (1915-2002) in Italia.

Dopo questa ricerca, nel 1954 Diego Carpitella e l’etnomusicologo Alan Lomax (1915-2002) condussero quella che ancora oggi viene considerata la più importante campagna di raccolta mai realizzata in Italia e che portò alla Raccolta 24 del CNSMP. Questa ricerca per la prima volta coprì sistematicamente tutte le regioni italiane, comprese quelle del nord Italia. Lomax (“L’anno più felice della mia vita”, Il Saggiatore, Milano, 2008)annotò che in quel periodo non esisteva ancora un quadro d’insieme e nelle diverse località ognuno conosceva le musiche del suo posto, ma mancava un corpus di registrazioni sonore anche minimo. Il fine pratico della ricerca era documentare insieme un quadro più vasto, rappresentativo, di cui si sentiva da tempo la necessità.

Effettivamente, lo studio in questione fornì un corpus di brani che risultò essere il più completo identikit sonoro dell’Italia dell’immediato dopoguerra, documentando contesti rurali che nel giro di pochi sismi anni si sarebbero radicalmente modificati, a causa dell’emigrazione, dello spopolamento e di altri fattori, e rappresentando inoltre un importante momento di “sprovincializzazione” dell’etnomusicologia italiana. Ne scaturì un repertorio assai vasto, che andava dai canti dei pescatori di tonno alla tarantella dei musicisti campani, dai brani per flauto di pan dei suonatori di Bottanuco ai cantastorie di Palermo.

L’ultima spedizione organizzata da Ernesto De Martino negli anni ’50, con la collaborazione di Diego Carpitella ed altri specialisti, tra cui uno psichiatra (Giovanni Jervis), una psicologa (Letizia Jervis-Comba), un’antropologa (Amalia Signorelli) e un’assistente sociale (Vittoria De Palma), per studiare sul campo il fenomeno del tarantismo pugliese-salentino. La ricerca confluì nel volume di Ernesto De Martino “La terra del rimorso” (Il Saggiatore, Milano, 1961). E si concentrò sullo studio e sull’analisi del rito di possessione della taranta. Carpitella, in particolare, indagò la struttura musicale della pizzica tarantata.

Roberto Leydi (1928-2003)

Una tappa assai importante della ricerca etnomusicologia fu la ricerca condotta a partire dagli anni ’60 da importanti studiosi come Pietro Sassu (1939-2001) e, in particolare, Roberto Leydi, i cui meriti consistettero nell’allargare il focus dell’etnomusicologia italiana, da sempre interessata ad un ambito unicamente meridionalista ad una prospettiva nazionale che copriva anche le regioni del nord Italia.

Roberto Leydi venne ben presto considerato, insieme con Diego Carpitella, un altro padre fondatore dell’etnomusicologia italiana. Ebbe il merito di elevare gli studi che accompagnarono il folk revival italiano degli anni ’50 a livello di ricerca scientifica, delineando, insieme con Carpitella, le linee di sviluppo dell’etnomusicologia italiana del dopoguerra. Fu uno dei fondatori della collana “Dischi del Sole”, insieme con Gianni Bosio (1923-1971) e creò, nel 1970, la collana discografica etnomusicologia “Albatros” e insieme con i suoi allievi sviluppò poi un’organologia sistematica degli strumenti popolari italiani e inaugurò uno dei filoni di indagine che delinearono le linee di sviluppo storico-geografiche del folklore musicale. Negli anni successivi la disciplina definì sempre più chiaramente la propria fisionomia, attorno alle personalità di Carpitella e Leydi, rimaste, pur nella loro diversità, le due colonne portanti della disciplina in Italia.

Lorenzo Pagano