Nel vasto panorama delle espressioni culturali, la musica di tradizione orale si presenta come uno degli aspetti più utilizzati per veicolare valori e costumi propri di una società. Attraverso l’analisi dei repertori tramandati oralmente per generazioni è possibile indagare numerosi aspetti di una comunità, come la religiosità e il sistema valoriale tradizionale. Nell’ambito della musica di tradizione orale italiana, l’Abruzzo ha un posto di rilievo per la sua tradizione musicale dai tratti molto originali, che combina diversi elementi di culture disparate: dall’Italia centromeridionale, in particolare dalle regioni limitrofe come Lazio e Marche a cui è stato storicamente e culturalmente legato, generi musicali come il saltarello; dai Balcani, con i quali ha intrattenuto fitti scambi relazionali, influenze nel modo di cantare. Fino alla metà del Novecento non abbiamo avuto tracce di registrazioni, raccolte e catalogazioni di questa musica, con il rischio, a causa di fattori come l’emigrazione dei contadini e lo spopolamento dei paesi rurali avvenuti durante il boom economico italiano, che questo patrimonio culturale andasse perduto. È stato solo intorno agli anni ’50 che il più importante centro di studio di musiche folkloriche italiane, il Centro Nazionale di Studi di Musica Popolare (CNSMP) ha iniziato a compiere ricerche etnomusicologiche nella regione, al fine di documentare, analizzare e quindi preservare questo importante patrimonio musicale. Se oggi abbiamo registrazioni, e quindi memoria delle musiche abruzzesi di tradizione orale risalenti a quel periodo, lo dobbiamo soprattutto all’attività svolta dal Centro.

Esplorare il lavoro svolto dal CNSMP in Abruzzo nei due decenni tra gli anni 1950 e 1970 è quanto mai interessante, perché fu in quegli anni che il Centro si concentrò maggiormente sull’Abruzzo rispetto ad altri periodi. Gli etnomusicologi erano convinti dell’imminente scomparsa del patrimonio folklorico della regione a causa dell’industrializzazione e non volevano farsi sfuggire quella che poteva essere l’ultima occasione per l’ancora giovane etnomusicologia italiana di una rilevazione scientificamente accurata di un patrimonio straordinario. I materiali raccolti dal CNSMP in Abruzzo hanno costituito delle raccolte effettuate a distanza di anni, con metodologie diverse, ed è possibile cogliere affinità e differenze nell’arco di venti anni di ricerca pur su luoghi afferenti alle medesime aree culturali, soprattutto se si considerano solo in termini generali l’aspetto musicale dei brani e si approfondiscono con maggiore attenzione i testi cantati e i caratteri generali dei repertori, cercando di individuare i tratti distintivi e, in seconda battuta, le informazioni che essi forniscono sulla società e sul sistema valoriale abruzzese.

Molto interessanti risultano la Raccolta 3 di Giorgio Nataletti sui repertori dei rom di Teramo del 1948-49, la Raccolta 24 di Diego Carpitella e Alan Lomax del 1954, che ha coperto tutte le regioni italiane, e la Raccolta 129 del 1970 di Diego Carpitella in provincia di Chieti. Un’altra raccolta importante, ma meno rappresentativa per l’Abruzzo, è la Raccolta 44 di Clara Regnoni Macera del 1958, che raccoglie materiale del Lazio orientale e della provincia dell’Aquila. È stimolante provare a fare una comparazione tra i repertori delle varie Raccolte, cercando somiglianze e differenze, individuando i caratteri di fondo delle musiche di tradizione orale in Abruzzo, così come emergono dalla letteratura scientifica prodotta su questo tema. Va però rilevato che la bibliografia sull’argomento è esaustiva per alcuni argomenti e molto limitata, se non del tutto assente, per altri. Sull’etnomusicologia in Italia negli anni ’50 sono strumenti bibliografici assai utili “Il concetto di musica” di Francesco Giannattasio (1998) e “Etnomusicologia” di Enrique Camara de Landa (2003), che forniscono un quadro completo sull’argomento. Per le ricerche di don Nicola Jobbi è indispensabile il lavoro di Gianfranco Spitilli “Cerqueto è fatto a ferro di cavallo” (2009), mentre per quelle del CNSMP in Abruzzo è utilissimo il lavoro di Giorgio Nataletti e Diego Carpitella “Studi e ricerche del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare dal 1948 al 1960” (1960). Anche i lavori dell’etnomusicologo Domenico Di Virgilio sono preziosi, soprattutto “La musica di tradizione orale in Abruzzo” (2000), così come “L’anno più felice della mia vita” di Alan Lomax (2008).

 

L’etnomusicologia è la disciplina che unisce i caratteri dell’antropologia e della musicologia, studia la musica nelle diverse culture umane, ne analizza le funzioni sociali, storiche e culturali, consente di comprendere e far comprendere i molti caratteri culturali di una determinata società: lingua, valori, aspetti rurali, relazioni interpersonali e fra ceti, senso della vita. Le ricerche condotte in Abruzzo nel campo della musica popolare e di tradizione orale presenti nel più grande archivio di musica folklorica in Italia mettono in risalto un patrimonio che non è stato molto valorizzato e nel corso degli anni lo è stato sempre meno. Su interi repertori e generi abruzzesi si ha difficoltà a trovare una sufficiente bibliografia, mentre per altri contesti regionali, come quello laziale, campano o pugliese, questa è più ricca. Forse questa incuria è stata dovuta agli stessi abruzzesi, che hanno scelto di relegare la musica popolare a contesti puramente di intrattenimento, ritenendola erroneamente “folkloristica” e non “folklorica” e quindi non studiandola e non approfondendola. Solo ultimamente si sta cominciando a comprendere l’immenso valore culturale che la musica popolare abruzzese possiede, grazie all’operato di diversi musicisti, come il direttore d’orchestra Enrico Melozzi, che ideando e realizzando finora due edizioni de “La Notte dei Serpenti”, l’ha rivitalizzata e, rendendola “pop”, cioè popular, fruibile, l’ha divulgata verso un pubblico sempre più ampio e le ha dato finalmente un giusto riconoscimento.

 

Lorenzo Pagano