La stragrande maggioranza ha sempre pensato e ancora pensa che “La barcâtte d’ore” (La barchetta d’oro) sia un brano anonimo, anche perché lo cantavano molto le nostre nonne, usandolo anche come ninnananna per fare addormentare i nipotini. La musica si prestava, perché era molto dolce ed armonica, perciò assai gradevole e tranquillizzante. Il brano si diffuse così tanto profondamente anche tra gli strati più umili della popolazione che la cantavano anche donne illetterate, magari con qualche stravolgimento testuale, e questo portò a credere che esso fosse anonimo, espressione della cultura popolare, e non un brano d’autore, come però non si poteva non evincere dalla struttura metrica che rivelava la sua natura “colta”.
L’autore del testo è Giacomo Franchi, l’autore della musica è Nicola De Fabritiis.
Nicola De Fabritiis nacque a Tortoreto il 22 settembre 1886, si trasferì giovane a Teramo per studiare pianoforte con Nicola Dati, studi che proseguì poi a Roma con il maestro Storti. Pur diventato farmacista,

La banda musicale di Tortoreto diretta dal M° Nicola De Fabritiis (1912)
prima ad Ascoli Piceno e poi ad Ancona, si dedicò alla composizione di opere che spaziavano dal repertorio sinfonico a quello da camera, dalla musica sacra a quella folkloristica, seguendo le orme del padre Luigi, anche lui apprezzato compositore e musicista. Ebbe il merito di costituire la banda musicale di Tortoreto nel 1912 e di ricostituirla una seconda volta dopo che si era disciolta.

Teramo, Teatro Comunale, 3-4 marzo 1928: il M° Nicola De Fabritiis sul podio mentre si appresta a dirigere un concerto orchestrale e vocale.
In occasione della commemorazione di Francesco Paolo Tosti al Teatro Comunale di Teramo trascrisse per orchestra alcune delle più celebri pagine del compositore ortonese. Gianluca Tarquinio nella voce a lui dedicata su “Gente d’Abruzzo Dizionario Biografico” (Andromeda Editore), segnala una brillante vena melodica e un’altrettanta capacità di mescolare i timbri strumentali, qualità che gli permisero di contribuire a creare un nuovo repertorio di canti folkloristici, molti dei quali eseguiti dai più importanti cori regionali abruzzesi. Musicò molti brani di poeti dialettali abruzzesi, tra cui i teramani Luigi Brigiotti e Guglielmo Cameli.
Si esibì spesso anche come pianista, accompagnando importanti solisti come i violinisti Righetti ed Emanuele e il violoncellista Masotti, e compose un dramma lirico, “Maia”, su testo di Oberdan Marciano, di cui musicò pure un brano folkloristico di successo: “Sirate a mmare”. Morì a Teramo il 26 maggio 1960.
“La barcâtte d’ore” è composta di quattro strofe di due quartine ciascuna, ma spesso, seguendo una moda che ritengo deprecabile, alcuni cori eseguono solo tre strofe, omettendo per lo più la terza, la cui mancanza fa perdere all’intero brano molto della sua poeticità e del senso complessivo della struttura ispirativa, che è quella di una barcarola, tipica composizione vocale o strumentale, usata da barcaioli e gondolieri che ricorda l’ambiente marinaresco, con un ritmo melodico che evoca il moto lento delle onde e l’ondeggiare dell’imbarcazione, e un testo in cui un innamorato vede allontanarsi la sua amata su una barca, cantando e andando in cerca di un nuovo amore, mentre lui invoca il di lei ritorno verso la riva, dove lui l’attende, illudendosi che lei torni effettivamente.

Nel sentire il brano, ci pare di vederla la barchetta color d’oro che va lenta sul mare, bella dentro e fuori, ma, dice il canto, è ancora più bella la fanciulla che sta sull’imbarcazione, una cara figliola che canta, bianca come un giglio sotto la luce della luna. Perfino i pesci salgono dalla profondità del mare a pelo dell’acqua per ammirarla e l’acqua si ferma per ascoltare il suo canto. Lei va lontano per ritrovare il suo amore, perché l’amore è come il pane, serve per campare. O fanciulla innamorata, perché ti allontani? Dice la terza strofa, quella solitamente omessa, L’amore ti ha lasciato, ma non serve andare lontano pe ritrovarlo, puoi ritrovarlo qua, su questa sabbia, perché questo cuore si sta aspettando, ti chiama tra le pene e ti prega di tornare. Il poeta vive il suo ritorno come un sogno, e si illude di vederla tornare indietro, ma spesso l’amore è vano, come lo è la felicità. Ma lei non torna indietro e si allontana, ce lo fa intuire la strofa conclusiva: lei è figlia del mare, è fatta per incantare, come l’acqua del mare, che è amara e che viene e va.
Tutte e quattro le strofe, e con perfetta dizione dialettale, vengono eseguite dal coro dell’Associazione Culturale “La Torre”. Come su You Tube:
L’esecuzione dell’Associazione Culturale “La Torre” è presente anche su Spotify.

Ivan Graziani eseguì il brano a Rete 4 nel 1985, ma cantando da solista solo le due prime strofe, e pur, essendo teramano, non solo variò in parte il testo rendendolo un po’ troppo simile al napoletano, ma ne cambiò alcune parole: “È la barcâtte” invece di “è ‘na barcatte”; “dinte e fora” invece di “dendre e fore”; “che chiagne” invece di “che cande”, “li pisce di lu mare” invece di “li pisce de lu mare”; “se fermene” invece di “se ferme” “hisse” invece di “hâsse”; “pe’ truvà” invece di “p’artruvà”. L’esecuzione è presente su You Tube.

Il “Coro Verdi” di Teramo, oltre ad eseguire il brano con una lentezza pressoché esasperante, raddoppia la seconda quartina delle prime due strofe, che sono le sole che esegue, forse per non rendere troppo lungo il brano. L’esecuzione è presente su You Tube. In qualche esibizione ne esegue tre senza raddoppiare le seconde quartine. La scelta a mio avviso fa perdere quasi tutta la magia del brano, perché esclude del tutto l’invocazione dell’innamorato alla fanciulla che si allontana e la sua preghiera di tornare indietro, da lui che l’ama, invece di andare in cerca di un altro amore che non troverà. Tutto il senso del brano viene stravolto e rimane solo l’immagine di una bella fanciulla che si allontana cantando su una barca che si dirige al largo.

Elso Simone Serpentini