“La fija mè”, il celebre brano anonimo che Enrico Melozzi ha portato sia nella prima che nella seconda edizione de “La Notte dei Serpenti”, con una armonizzazione pop trascinante, rientra nel genere dei “canti nuziali” della musica popolare abruzzese e di altre province ex napoletane. Il testo riporta le parole di una madre che vanta tutti i meriti e le virtù della figlia che va in sposa, con un tono che è al tempo stesso di dolore per il distacco della figlia che lascia la casa paterna e se ne va, e al tempo stesso di gioia perché la figlia fa un bel matrimonio, se si può permettere di partire con l’accompagnamento della banda. Ricorrono, perciò, solo pochi elementi di altri canti nuziali appartenenti al sottogenere della “partenza dillirosa” (partenza dolorosa), in cui si trovano note più dolenti e più tendenti al pianto e al rammarico. Giuseppe Profeta nel capitolo XIV del suo “Canti nuziali nel folklore italiano” (Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1965), li chiama “testi della partenza patetica”. Quelli abruzzesi li ha raccolti in varie località della regione: nel teramano (Bisenti, Arsita, Castiglione Messer Raimondo, Penne, Isola del Gran Sasso, Castel Castagna, Cellino Attanasio), nel pescarese e nel chietino (Acquaviva, Tavenna, San Felice, Collecorvino, Tollo, Caslincontrada, Pianella, Palena, Lanciano, Casoli, Loreto Aprutino, Casacanditella, Francavilla) e fuori regione a Montefiascone, nel viterbese, a Rotello, nel Molise. Tutte le versioni sembravano risalire alla seconda metà dell’Ottocento.
Tutti i canti della “partenza patetica”, benché abbiano testi dissimili (ma non troppo) hanno concetti, sentimenti ed espressioni comuni, ma ovviamente resi con vocaboli dialettali un po’ diversi tra loro e a volte solo con piccole varianti fonetiche. Questo fa pensare, come ipotizza Profeta, che si tratti di testi tutti derivati, e localmente modificati, da un canto originario, infatti sono presenti l’esortazione alla sposa a ordinare il corredo per partire verso la nuova casa (i primi quattro versi della maggior parte delle versioni arcaiche e di molte altre più recenti), il motivo della ineluttabilità del destino e quello del pianto della casa (seconda quartina della versione di Pianella, di Loreto, di Francavilla, di una delle versione di Penne), il motivo dell’inginocchiarsi e della richiesta di perdono (versione di Lanciano, Pianella, Casoli, Casacanditella e una delle versioni di Penne), il volgersi della sposa con frasi nostalgiche (Pianella, Palena, Lanciano, Casoli). Questi motivi sono i più arcaici e costituiscono il repertorio fondamentale, più o meno modificato nella varie versioni locali.
“La fija mè” rappresenta un “unicum” rispetto agli altri canti della partenza della sposa e non definibile come appartenente al genere della “partenza dillirosa”, perché prevalgono sul dolore del distacco altri sentimenti che la madre esprime nel parlare di sua figlia che, sposandosi, si prepara a lasciare la casa paterna e materna. Certo è un canto triste, ma anche gioioso, è pur sempre il canto di un distacco, ma esprime gioia e insieme vanto e orgoglio. Esso si accosta anche ai canti pre-nuziali, a cui appartengono pure le serenate eseguite la sera prima del matrimonio sotto la finestra della sposa, che quasi al termine della serenata si affaccia alla finestra della sua camera. Questi sono canti tipici della vigilia delle nozze, molti raccolti sul campo e studiati da ricercatori ed etnomusicologi in varie località abruzzesi.. Poiché tra il giorno del matrimonio e quello dell’abbandono della casa paterna da parte della sposa poteva passare anche diverso tempo, nella tradizione popolare abruzzese il canto della partenza poteva avvenire anche alcuni giorni dopo il rito nuziale, quello del cosiddetto “carriaggio”, cioè del trasferimento della sposa e dei suoi beni dotali nella casa maritale (spesso di un altro paese), caricati su un carro tirato da buoi. In ogni caso, si trattava di canti di commiato, rivolti alla sposa da gruppi di amici e parenti, con sequenze commoventi di saluti, dal profondo significato rituale, punteggiato da motivi tematici assai toccanti. Queste serenate vengono eseguite anche oggi, la sera prima del giorno delle nozze, come retaggio di un’antichissima tradizione popolare. Poiché si tratta di canti del distacco, i temi trattati sono al tempo stesso festosi e tristi. I testi comprendono gli aspetti nostalgici legati alla vita passata e futura della sposa, i valori legati alla famiglia patriarcale, in cui la figura femminile assumeva, sia prima che dopo il matrimonio, un ruolo spesso subalterno e di soggezione, ma in molti casi un ruolo centrale in contesti matriarcali, assai comuni in Abruzzo. Molti canti venivano eseguiti a cappella, molti altri erano accompagnati dall’organetto diatonico a due bassi (lu ddù bbotte).
La particolarità, e direi l’unicità, de “La fija mè” è che il canto è quello di una madre che saluta la figlia, non la sera prima delle nozze, ma la mattina dello stesso giorno del matrimonio, magari mentre la sposa sta vestendo il suo abito nuziale (pronta ad abbandonare la casa in cui è cresciuta) con un insieme di sensazioni, di gioia e di tristezza, che esprimono di entrambe le donne, madre e figlia, il dolore del distacco. Ma si aggiunge nel canto della mamma un altro sentimento: l’orgoglio. La mamma, rivolgendosi al vicinato e alle altre madri, forse a tutto il paese, vanta a dismisura le virtù sempre mostrate dalla figlia e portate in dote al futuro marito. Il testo più diffuso ha due varianti fondamentali: in una versione è lo sposo che porta con sé la figlia, in un un’altra (quella scelta per “La Notte dei Serpenti”) è la banda, a dimostrazione che si tratta di un matrimonio agiato, con una delle due famiglie che ha potuto permettersi la spesa di ingaggiare una banda che accompagni la sposa nella sua partenza. E anche di questo la madre si mostra fiera riguardo a sua figlia: ha fatto un buon matrimonio, ovviamente per i suoi meriti e le sue virtù. La versione elaborata da Enrico Melozzi presenta delle strofe aggiuntive (operazione per la quale ho dato anche un mio contributo), che arricchiscono il significato poetico del canto, in piena consonanza concettuale con l’arrangiamento musicale, che, coraggiosamente pop, rende il brano straordinariamente contemporaneo. Per la spiegazione di alcuni dei termini dialettali inseriti nel testo si rimanda alle note a pie’ di pagina pubblicate nel libretto che accompagna il CD della prima edizione, che ho avuto l’onore di curare.
Di quali virtù della figlia la mamma si vanta? Di come faceva “li ssagne” (una sorta di lasagne), che impastava con tanto vigore che “li sclucche” (pl. di “sclocche” = schiocco, rumore) prodotti dall’operazione si sentivano fino alla montagna; di come faceva il sugo, il cui profumo arrivava fino al vicino paese di San Luca (frazione del comune di Atessa, il che ci rivela il luogo di origine del canto); il gran numero dei corteggiatori che aspettavano l’uscita della giovane dalla messa, sedotti della sua bellezza; i baci appassionati che si cambiava con il fidanzato; la bella voce con la quale si faceva apprezzare nel canto. Nelle strofe aggiuntive della versione de “La Notte dei Serpenti” la mamma esprime anche l’emozione che provava quando abbracciava la figlia e la sua angoscia quando lei tardava il suo ritorno casa. Il ritornello ripete il duplice contrastante sentimento del dolore del distacco (ciò che rimane del genere della “partenza dillirosa”) e l’orgoglio di una partenza festeggiata con l’accompagnamento della banda.
Elso Simone Serpentini

