Un’inchiesta giornalistica condotta da Antonio D’Amore sul sito certastampa, richiamata ben due volte da Antimo Amore nel notiziario del TG3 Abruzzo, l’11 agosto 2025 e il 15 agosto 2025, ha consentito di ricostruire la nascita di “Arvì”, una della più conosciute canzoni popolari abruzzesi, e di dissolvere i dubbi che si avevano sulla paternità della musica – posto che c’era certezza sulla paternità del testo, attribuito al medico poeta nativo di Cellino Attanasio Antonio Misantone (1900-1962). Per la musica, quale autore veniva indicato quasi unanimemente Ennio Vetuschi, fondatore e direttore per anni del Coro “G. Verdi” di Teramo, ma altri facevano il nome di Gianni Giannascoli e altri quello dello stesso Misantone

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Gli uni e gli altri adducevano argomentazioni e presunte prove: i primi ricordavano i pareri di autorevoli studiosi quali Oberdan Marciano e Gaetano D’Aristotele, i secondi esibivano uno spartito scritto da Giannascoli di proprio pugno, il cui titolo era “Arvì Carmè”.

L’inchiesta di D’Amore, come si diceva, ha portato ad una ricostruzione per certi versi clamorosa, basata sulla testimonianza diretta di un autentico monumento del teatro e della poesia dialettale, il 94enne Pasquale Di Menco, autore e regista di tante commedie dialettali, a sua volta poeta dialettale e autore di testi messi un musica. Di Menco dice di essere stato presente quando la linea melodica del brano nacque la sera e poi la notte del 13 ottobre 1943, nella chiesa di Santa Maria La Nova, a Cellino Attanasio, dove un coro di bambini che provava le canzoni di Natale venne interrotto dall’arrivo di Antonio Misantone, che portò il testo di “Arvì Carmè” a suo cugino Luigi (Gino) Dati, il quale prese il suo mandolino e prese a strimpellare una melodia che piacque molto a Misantone, tanto da invitarlo a proseguire e lavorare insieme tutta la notte per completare la musica. La musica, però, andava fissata su un pentagramma, e Misantone e Dati, che pure suonano ad orecchio diversi strumenti, avevano poca dimestichezza con il pentagramma (Dati, con lo pseudonimo Addati, firma tuttavia la musica di altre poesie di Misantone: “Simpre”, “L’urganette”) e si rivolsero perciò ad un giovane che ne aveva un po’ di più: Gianni Giannascoli, che collaborava da qualche tempo con Misantone (sua sarà la musica di “Ninnelle”, su versi di Misantone, che vinse il 1° premio al V Festival di Vasto del 1959). Giannascoli scrisse uno spartito che era poco più di un appunto, ma fissava un titolo (“Arvì Carmè”) e un genere, (“valzer-balcarola”), e riportava come autori “Misantone-Giannascoli”, non il nome di Dati.
La canzone venne cantata da diversi cori di Cellino Attanasio, ma sostanzialmente restò a dormire per dieci anni, fino al 1953, quando, emigrato Giannascoli in Germania, Misantone decise di iscrivere la sua canzone (diventata semplicemente “Arvì”) al Concorso Regionale di nuove canzoni in vernacolo abruzzese che si svolse all’Aquila nel 1953 in concomitanza con il concorso “La più bella e la più brava ragazza d’Abruzzo e Molise”. Risultò vincitrice la canzone “Cris, cris fiore” (testo di Roberto Ciancarelli, musica di Giorgio Cavalli e Walter Museo, eseguita nella storica “Rotonda” aquilana dal Coro Gran Sasso dell’Aquila, diretto dal maestro Paolo Mantini. Come ricorda il maestro Pasquale Santini, non era mai esistito nel passato il canto popolare a quattro voci ineguali, e i canti erano ad una sola voce, accompagnato dal ddù bbotte con i tre gradi fondamentali, 1°, 4° e 5°, della scala maggiore. Ma i tempi erano cambiati, ora i cori cantavano a quattro voci e il nome di Vetuschi al concorso venne riportato quale autore della musica, (tralasciandosi quelli di Dati e di Giannascoli), per il fatto che aveva adattato la linea melodica di Dati (trascritta su pentagramma da Giannascoli), a quattro voci. La canzone, cantata dal coro da lui nel frattempo fondato, il Coro Giuseppe Verdi di Teramo, si classificò al secondo posto (Totò Misantone conserva ancora a casa sua a Montefino la coppa vinta dalla canzone di suo padre in quel concorso), anche se tutti, anche chi aveva vinto, riconoscevano che avrebbe meritato il primo. 
Nel 1962 Antonio Misantone morì cadendo da cavallo mentre si recava a visitare come medico un suo paziente in campagna. I suoi figli Lea e Totò rinunciarono ai diritti d’autore del padre, così, quando, nel 1964, Vetuschi, incise il suo primo disco di canzoni abruzzesi, che comprendeva anche “Arvì”, venne riportato, così come nel rilascio del 19 dicembre 2014, “Compositore Ennio Vetuschi, testo di A. Misantoni”. Lea Misantone diceva spesso a suo fratello Totò (come ricordato da Pasquale Di Menco): “Noi abbiamo rinunciato ai diritti d’autore di papà e qualcun altro se li gode”. Tornato dalla Germania anche Gianni Giannascoli, saputo che il suo nome era scomparso da ogni riferimento ad “Arvì”, la cui musica era attribuita ad altri, esprimeva la sua amarezza e la sua delusione, ma solo nel suo ambito familiare e con pochi amici. Il figlio di Luigi Dati, nel frattempo morto, chiese a Di Menco la sua testimonianza per rivendicare la paternità della musica a suo padre. Di Menco si disse disponibile, ma poi non se ne fece niente e la cosa finì lì.
Con la meticolosa e meritevole inchiesta giornalistica di Antonio D’Amore di come nacque “Arvì” ora si sa tutto sul piano della verità storica, ma per quanto riguarda l’attribuzione e la distribuzione dei diritti occorre precisare che “Arvì” non risulta registrata alla Siae, per la quale semplicemente non esiste. Nel repertorio della Siae non c’è nessuna canzone con il titolo “Arvì”. Quanto a Ennio Vetuschi, non risulta amministrato (cioè iscritto) dalla Siae e risulta autore della musica di “Ere nu re”, su testo di Pasquale Di Menco (iscritto alla Siae), di “Pena nnascoste”, su testo di Raffaella Del Greco (iscritta alla Siae), coautore della musica, con Giovanni D’Alessandro (Gianni Dale, iscritto alla Siae), di “Rundenelle”, su testo di Alfonso Sardella (non iscritto alla Siae), coautore con Italo Luciani (non iscritto) di “Vent e lampare”, [sic] su testo di Pasquale Di Menco. Antonio Misantone, invece, per la Siae risulta solo autore (non iscritto) del testo di “O bella rosetane”, su musica di Antonio Di Iorio (iscritto alla Siae).
Come si può constatare, quando il maestro Enrico Melozzi si dice perplesso sull’inserimento di “Arvì” nella Notte dei Serpenti per una incertezza sulla paternità della musica che ha dato veste melodica ai versi di Antonio Misantone, si riferisce ad una questione assai più complessa di quella derivante dalla mancata risposta alla domanda a chi abbia scritto la musica. Perché “Arvì”, ufficialmente, per la Siae semplicemente non esiste, e non ha né un autore del testo né della musica. Ma perché allora sui dischi, sui cd, sui libri di canzoni popolari abruzzesi si legge che il testo è di Misantone e la musica di Vetuschi? Semplicemente perché tutti questi mezzi, dischi, cd, libri di canzoni, sono pieni di inesattezze. Per la Siae “Arvì” non è orfana, ma non è mai nata né mai esistita.
Elso Simone Serpentini
