L’etnomusicologia si sviluppò in Italia alla fine del XIX secolo. È a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che troviamo i primi esempi di “musicisti-etnografi e trascrittori di musica etnica”, come li chiama Diego Carpitella (Reggio Calabria, 12 giugno 1924 – Roma, 7 agosto 1990), direttamente impegnati nella raccolta dei documenti sonori sul campo, in uno scambio teorico metodologico dominato dal comparativismo positivista, che metteva a confronti fenomeni diversi tra loro per identificare gli elementi comuni in modo da trarne definizioni generali. Tra questi non si può non ricordare le figure di Giulio Fara (1880-1949) e Alberto Favara (1863-1923), due studiosi che, dalla fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo, cominciarono con un approccio positivistico a sistematizzare e interpretare la raccolta dei documenti di musica popolare all’interno di un quadro storico sociale più complesso. Tra gli anni ’20 e ‘4’ operò la “generazione di mezzo” (per usare ancora un’espressione di Carpitella) degli etnomusicologi, così definita perché erano ricercatori della generazione successiva ai primi studiosi di inizio XX secolo, ma precedenti a quelli degli anni ’50-’60- Questi studiosi abbandonarono l’approccio positivistico in favore di una prospettiva condizionata più dallo storicismo idealistico crociano. Gli esponenti più significativi furono Francesco Balilla Pratella (1880-1955), Luigi Colacicchi (1900-1976) e soprattutto Giorgio Nataletti (1907-1972), importantissimo studioso per le due ricerche in Abruzzo.

Diego Carpitella (a destra) con un pastore sulla strada per Mammola (Reggio Calabria), tratta dal libro “L’anno più felice della mia vita” (2008) di Alan Lomax.
Gli anni ’50 e ’50 furono, per l’etnomusicologia in Italia un periodo di grandi cambiamenti. Si può considerare come suo anno di nascita il 1948, quando venne costituito il Centro Nazionale di Musica Popolare (CNSMP), un grande istituto di ricerca, archivio e fondo di finanziamenti per campagne di ricerca ad opera di Giorgio Nataletti, con la collaborazione della Rai-Radiotelevisione italiana. Da allora l’attività di ricerca ebbe un orientamento più sistematico e metodico anche in Italia, piuttosto in ritardo rispetto ad altri paesi. Le cause del ritardo sono molteplici. In primo luogo si deve segnalare la scarsa propensione, all’epoca, per l’uso di determinati strumenti di registrazione, come registratori a bobine, a cui è conseguì un ritardo nella raccolta di documentazione sonora. In secondo luogo, si deve segnalare l’interesse al solo contesto italiano, elemento che tagliò fuori il nostro paese dalle correnti internazionali, con una metodologia comparativa. Un ruolo altrettanto importante nel ritardo segnalato ebbe anche lo scarso contatto dell’etnomusicologia italiana con l’antropologia, complice una certa lentezza nello sviluppo di quest’ultima in Italia. Secondo Carpitella in quel periodo c’era un’esile e discontinua tradizione accademica di studi etnologici e musicologici. Infine non bisogna trascurare il ruolo dell’idealismo crociano, in particolare tra gli anni ’20 e ’40 del XX secolo, che l’approccio della cultura italiana a scienze che altrove in Europa dai primi decenni del Novecento si avviavano ad un importante sviluppo di crescita, come la sociologia e, appunto, gli studi sulla musica popolare.
La situazione mutò dopo la Seconda Guerra Mondiale, per varie ragioni, in primis per la ricordata fondazione del CNSMP, che finanziò e archivio diverse ricerche. anche in Abruzzo. Un’altra ragione fu lo sviluppo che ebbe in Italia nel dopoguerra la questione meridionale, anche grazie alla pubblicazione del romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato ad Eboli” (1945), che favorì l’interesse dell’intellettualità progressista italiana per l’arretratezza del meridione e per le musiche di tradizione orale considerate come espressione autentica della cultura popolare. Un ulteriore fattore da non trascurare è la convinzione, maturata all’inizio degli anni ’50, di un’imminente e totale scomparsa delle musiche di tradizione orale italiane a causa dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione legate al boom economico che l’Italia viveva in quegli anni. Nel giro di pochi anni furono organizzate numerose campagne di ricerca sistematica, volte ad indagare le musiche folkloriche di tutte le regioni italiane.

Diego Carpitella (1924-1990)
Gli anni ’50, dunque, furono un periodo molto importante per l’etnomusicologia in Italia. Proprio in quegli anni furono compiute alcune delle ricerche più importanti da quelli che sono ricordati come “i padri” della disciplina in Italia. Dopo la fondazione del CNSMP si palesò un problema di raccolta urgente del materiale a cui si dovette far fronte. Questo periodo durò all’incirca un decennio ed è definito di “etnomusicologia urgente”, caratterizzato da una sorta di “fretta” o frenesia nel cercare di raccogliere nel più breve arco di tempo possibile quante più testimonianze di un patrimonio considerato prossimo alla sparizione o condannato ad una inevitabile trasformazione. Fortunatamente, le strumentazioni tecniche offerte dalla RAI-Radiotelevisione Italiana e le pianificazioni dei progetti per documentare le tradizioni musicali regionali, unite ad una nuova metodologia di ricerca, permisero raccogliere in pochi anni una ragguardevole quantità di testimonianze.
Lorenzo Pagano.
