Mi sono chiesto come mai “Marrocche e frusce” (testo di Lamberto De Carolis, musica di Aniello Polsi) sia tra i brani de “La Notte dei Serpenti”, insieme con “Vola vola”, in tutte e due le edizioni fin qui svolte,  quello che ha ottenuto il maggior successo di pubblico, oltre ad essere quello piace indubbiamente di più al suo ideatore e organizzatore Enrico Melozzi. Mi sono detto che le risposte sono fin troppo facili e afferiscono sia al testo che alla musica. Per quanto riguarda il testo, una pur semplice analisi rivela sul piano filologico, e ancor più sul piano antropologico, i caratteri di stile e di significato che lo rendono una “summa” espressiva della cultura rurale abruzzese, e, per quanto riguarda la musica, anche non esperti di note e di armonie colgono la particolarità della linea melodica facilmente traducibile in un ritmo che, sulla base di determinate scelte, può diventare trascinante. Ecco quindi come da un felice connubio, la vena poetica di De Carolis espressa in uno dei suoi più belli e significativi componimenti poetici e quella musicale di Aniello Polsi, anche quella manifestatasi pienamente in una delle sue migliori partiture, sia nato un autentico capolavoro, che, già rivelatosi ampiamente come tale nelle esecuzioni polifoniche dei cori abruzzesi – quasi tutti hanno il brano in repertorio – è stato ancora di più valorizzato nella versione pop dell’arrangiamento di Melozzi presentata ne “La Notte dei Serpenti”, portando al delirio sia il pubblico presente a Pescara nel concerto live sia quello degli ascolti sulle piattaforme musicali in rete, sia i fruitori del cd che è stato prodotto, sia quanti lo ascoltano sui social.

Prendiamo in considerazione in primis il testo. Con quattro pennellate ben riuscite, Lamberto De Carolis, maestro di scuola e di vita nato a Bisenti, ma vissuto a lungo a Silvi Marina, ci restituisce l’atmosfera di grande erotismo delle serate in cui si “scardazzava” ( o si “scarduzzava”, a seconda dell’area linguistica della regione) , cioè si sfogliavano le pannocchie di granturco e se ne sgranavano i chicchi, quasi sempre in una stalla, dove il caldo veniva assicurato dalle bestie, soprattutto bovini, che lo producevano con il loro fiato e con la loro temperatura corporea. Erano serate che venivano seguite, dopo l’operazione di scardassamento (l’abruzzese “scardazzà” deriva dall’italiano “scardassare”, che però significa altro, cioè pettinare la lana con lo “scardasso”, strumento usato appunto per pettinare la lana dei materassi, costituito da due tavolette di legno cui sono fissati molti denti uncinati di acciaio), da una festa da ballo. Per questo tutti, giovani e vecchi, maschi e femmine, si presentavano non con i comuni abiti da lavoro, ma con i loro vestiti più belli e le giovani, specie se da marito, con le loro migliori acconciature e perfino con i loro monili tipici, orecchini e collane di corallo, immancabili nelle grandi occasioni al collo delle donne abruzzesi, alcune con chicchi di grandezza perfino esagerata. Nello sfogliare il granturco, cioè nel liberare le pannocchie di granturco dalle foglie (“li frusce”, termine di origine onomatopeica, derivata dal rumore prodotto dalle foglie nel maneggiarle e ancora più dentro i materassi di cui erano riempiti quando ci si girava di notte nel letto), le movenze delle giovani acquisivano un potere di seduzione, assicurato anche dagli abiti, che scoprivano più ampie parti del corpo rispetto agli abiti da lavoro di tutti i giorni, soprattutto per via dell’ondeggiare degli orecchini e delle fossette sulle guance, la destra e sinistra (da cui l’espressione “qua e là”. È per questo che io propendo (in mancanza della certezza derivante da un testo manoscritto dell’autore) per il termine “j’abballève” (le ballavano) piuttosto che per il termine “j’abbellève” (la abbellivano) usato per significare l’attrazione esercitata da Concettina sul giovane che sfoglia il granturco proprio davanti a lei. Sarà bene qui ricordare che le postazioni non erano mai casuali, ma assegnate sempre in seguito a maneggi di vario genere, organizzati anche dalle mamme delle ragazza da marito, per far sì che si collocassero di fronte alle figlie il rispettivo corteggiatore, se gradito, maneggi che non sempre riuscivano se i corteggiatori eventuali erano più d’uno o se le corteggiate avevano preferenze diverse da quelle delle loro madri. Oggetti di attrazione e tramite dell’oggetto del desiderio erano “lu fazzole”, che per le donne abruzzesi non era mai solo un indumento per tenersi il capo al caldo, ma per adornarlo, gli orecchini (che non venivano mai indossati durante gli altri lavori né in casa né in campagna, la collana di corallo (anch’essa mai usata durante i comuni lavori agricoli), “lu zenàle” (il grembiule), che era qualcosa di più del comune grembiule da cucina, e infatti non era monocromo, ma policromo  (il massimo della bellezza era quello a strisce gialle, assai vistoso), e addirittura le scarpette da città calzate al posto delle comuni scarpe o ciabatte di ogni giorno. Il granturco viene sfogliato da “za Rose”, e qui va subito spiegato che il termine “Za” (zia) ha un significato assai particolare in Abruzzo, che va al di là del significato letterale di “zia”. Se nel dialetto siciliano il termine “Zu” (zio) riconosce l’autorità esercitata in nome di un potere qualsiasi, in Abruzzo il termine “Zi” (zio) e “Za” (zia) – al contrario di “Zizi”, che esprime un tono vezzeggiativo con cui un adulto si rivolge ad un bambino, anche non parente – riconoscono autorevolezza, anche o  soprattutto derivante dall’età, nel caso di una donna, da una femminilità, per dirla alla Manzoni, “avanzata ma non trascorsa”, “velata e offuscata, ma non guasta”. Nel brano, “Za Rosa”, nella cui casa si sfoglia il granturco, si compiace del mucchio di chicchi che va crescendo (si scardazzava ora qua ora là nella consuetudine consolidata di uno scambio di ore lavorative), ma è anche complice degli sguardi e degli ammiccamenti che si scambiano corteggiate e corteggiatori in un gioco infinito di seduzione e a volte di gelosie più o meno messe in evidenza, e fa dei segni (“accenna”) agli interessati per far loro capire che ha capito e capisce, ha visto e vede quello che succede e magari tutti vedono facendo finta di non vedere. L’atmosfera erotica di quelle serate si dispiegava poi ancora di più al termine dell’operazione di disfogliamento del granturco e dello sgranamento dei chicchi, quando l’esperto suonatore di organetto (“ddu botte) cominciava a suonare e iniziava il ballo, nel quale quasi certamente chi aveva avuto la fortuna di aver sfogliato una pannocchia rossa, e perciò esercitato il suo riconosciuto diritto di baciare la giovane corteggiata che aveva davanti a sé, si era visto riconosciuto anche, o se l’era attribuito da sé, incontrastato, quello di ballare proprio con lei. E stavolta, se durante “lu scardazzà” avevano o motteggiato o cantato, adesso nel ballo o si restava in silenzio, troppo tesi per i leggeri toccamenti che esso facilitava, in quel languore che precede l’eccitazione amorosa, o ci si scambiava già qualche frase più o meno audace.

Tutte queste sensazioni, che costellavano quelle antiche serate che sono oggi solo un ricordo, vengono evocate con grande poeticità nel testo di Lamberto De Carolis e le coglie anche il pubblico di oggi. Da qui il grande successo del brano, che poi viene accresciuto dalla musica di Aniello Polsi, nativo di Mutignano, il cui padre aveva guadagnato in America quel tanto che gli era bastato per comprare, tornato in Italia, un piccolo appezzamento di terreno con cui garantire alla propria famiglia una vita dignitosa. Il suo stile musicale, affinato da una vasta produzione di brani di musica sacra, raggiunge in “Marrocche e frusce” l’apice della sua produzione di musica profana, con un fraseggio che si presta ad una accelerazione di ritmo e ad una maggiorazione di spessore di suoni, specie se esaltati, come ha fatto Melozzi in un’armonizzazione felice, capace di arrivare ad orecchie disabituate alla polifonia lenta dei cori ed educate ad un ascolto più roccheggiante. Nella versione de “La Notte dei Serpenti”, la polifonia è rimasta, anche come successione, non solo come somma, di voci soliste, e quella derivata dall’una e dall’altra forma di polifonia è un capolavoro. L’uso, pur moderno, di strumenti musicali tradizionali, senza il ricorso ad artifici elettronici e ad artifizi digitali, ha conservato intatta la magia di un brano musicale che, insieme, con “Vola vola” di Dommarco e Albanese, è diventato, grazie a “La Notte dei Serpenti”, quasi un inno della musica popolare abruzzese e dell’intera regione.

Elso Simone Serpentini

Ascolta “Marrocche e frusce” La Notte dei Serpenti 2024

MARROCCHE E FRUSCE
(Testo: Lamberto De Carolis – Musica: Aniello Polsi)
Il brano, su testo di Lamberto De Carolis (Bisenti, TE, 1910 – Silvi Marina, TE, 1978) e musica di Aniello Polsi (Mutignano, TE, 1905 – Bazzano, BO, 1983), evoca le serate in cui più gruppi di famiglie contadine si riunivano in un grande locale o nella stalla per sfogliare le pannocchie di granturco e nell’occasione si usava, al termine, far festa e balli, in un’atmosfera di dolce e sentimentale erotismo che favoriva i primi amori giovanili.

Da za’ Rose massère 1 è feste,
se scardazze, 2 se cande e s’abballe,
va li trille pe’ monde e pe’ valle
lu ddu bbotte 3 si sende sunà.
Me so’ messe a scardazzà
propie ‘nnanze a Cungettine
l’abbellève li ricchìne
li fussette qua e là!
Su la cocce ‘nu fazzole
là lu pette li curalle 4
‘nu zenale a strisce gialle
li scarpette da città.
La za Rose ridève cuntente
quand’à viste ‘ricresce lu mucchie,
riguardève le frusce 5 ‘nghe l’ucchie
e ‘nghe ll’atre me steve accennà. 6
Me so’ messe a scardazzà
propie ‘nnanze a Cungettine
l’abbellève li ricchìne
li fussette qua e là!
Su la cocce ‘nu fazzole
là lu pette li curalle
‘nu zenale a strisce gialle
li scarpette da città.
Sfruscia sfrusce, 7 ridènne e candènne,
rosce à scìte ‘na bella marrocche, 8
pe’ furtune vasciarte m’attocche,
‘n ge sta cose che vale de cchiù.
Me so’ messe a scardazzà
proprie ‘nnanze a Cungettine,
l’abbellave li ricchìne,
li fussette qua e là!
Su la cocce ‘nu fazzole,
là lu pette li curalle,
‘nu zenale a strisce gialle
li scarpette da città.

1 Massère = stasera

2 Se scardazze = si sfogliano le pannocchie di granturco (da scardazzà o scarduzzà, a seconda dall’area linguistica della regione) [derivato dall’italiano scardassare, che però significa
pettinare la lana con lo scardasso].

3 Ddu botte – organetto diatonico, tipico strumento musicale abruzzese.

4 Li curalle = la collana di corallo, con chicchi di crescenti dimensioni, era uno dei monili più cari alle donne abruzzesi di campagna, giovani e meno giovani.

5 Frusce = foglie delle pannocchie digranturco [termine di chiara derivazione onomatopeica].

6 Accenna’ = fare cenni, segni.

7 Sfruscia sfrusce = sfoglia sfoglia.

8 Marrocche = pannocchia di granturco. Qui si accenna al fatto che, nel caso in cui qualcuno, sfogliando una pannocchia, l’avesse trovata rossa, avrebbe potuto baciare la donna che avesse
avuto davanti.