Quasi tutti gli studiosi del dialetto e della letteratura popolare abruzzesi hanno segnalato la consistente presenza nei canti popolari di termini e vocaboli toscani o di derivazione toscana e addirittura di versi interi e di qualche strofa dal contenuto assai simile a quello presenti nel canzoniere toscano, senza che si sia potuto stabilire e accertare quale fosse stato il collegamento e soprattutto quale la discendenza o l’ascendenza dagli uni agli altri.
Non potendosi certamente attribuire il collegamento alla transumanza di greggi e armenti, essendo questo fenomeno da attribuire solo alle relazioni con la campagna romana e con le Puglie, si può ipotizzare che esso sia avvenuto nel campo del commercio di merci, soprattutto della lana, oltre che ad un trasferimento dall’una all’altra regione di mestieranti, soprattutto cardatori e ramai, e a una qualche relazione con i possedimenti dei Medici di Firenze in Abruzzo, il principale dei quali, vera base operativa per il commercio della lana, fu il borgo di Santo Stefano di Sessanio, nel cuore dell’area dei Monti della Laga.
Fu alla fine del ‘500 che l’intera Baronia di Carapelle, che comprendeva anche Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, Calascio e Rocca Calascio passò dagli Aragonesi a Francesco I De’ Medici e rimase nelle mani della famiglia medicea fino a metà del ‘700, quando essa si estinse. Grazie ad essa alla sua influenza, Santo Stefano di Sessanio divenne un centro molto ricco ed importante, dedito all’allevamento delle pecore per la lana “carfagna”, poi lavorata a Firenze e venduta in tutto il mondo, sul quale gravitavano le economie dei comuni e dei borghi circostanti, compresi quelli del teramano. La lana, di tipo grossolano, era prodotta da milioni di pecore pascolate a Campo Imperatore, in gran parte nera e usata per la tessitura di panni ruvidi usati per i sai dei monaci e degli abiti militari. Si trattava di una fonte di ricchezza immensa per la signoria fiorentina, che sfruttava questa risorsa, riscuotendo affitti e tasse da terreni, mulini e gualchiere.
Fu certamente questa rete di rapporti che portò allo scambio di canti tradizionali in cui si trovano termini, soggetti poetici e perfino strofe che sembrano quasi la traduzione reciproca del dialetto teramano antico in quello toscano, o viceversa, nei “Canti del popolo teramano”, raccolti e annotati da Luigi Molinaro del Chiaro e pubblicati dallo Stabilimento Tipografico di F. Raimondi, Napoli, nel 1882 (2° edizione), consistenti in “strofette, tronelle, canzonette”, e in canzonieri toscani, quali quello di Giuseppe Tigri, “Canti Popolari Toscani”, Barbèra, Bianchi e Comp., Firenze, 1860 (2° edizione),
Il tema di una antica strofetta in dialetto teramano dice: “Fior de cicórie, / se quescta vita mie menass’a ttaie, / (menassi a taglio, trucidassi) / prima murire che lasciar te voie”, si ritrova in quattro canti a dispetto del canzoniere toscano del Tigri, l’817, 822, 827 e 869.
Lo stornello in dialetto teramano “Fiore de rute, / la donna quand’è bbell’è ddesiderate; / ll’ome che vva sincero, Dio l’aiute”, corrisponde allo stornello toscano 471: “Fiore di ruta, / la donna quand’è bella, è delicata; / l’uomo, se gli è innocente, Iddio l’aiuta”.
Lo stornello teramano “Fior de bavelle, / Mmezz’a’ sctu pettu tuo llu sole bballe, / la luna ce la fa la saldarelle”, corrisponde a quello toscano “E sotto al letto il sole vi ci balla, / la luna vi ci fa la tarantella”, nel quale si hanno soltanto due varianti, il letto balla sotto il letto non sul petto della donna e la luna balla non la saldarella, un ballo tipicamente abruzzese, ma la tarantella, un altro ballo meridionale.
Lo stesso tema, peraltro, si ritrova in un sonetto raccolto da Niccolò Tommaseo nei suoi “Canti popolari toscani corsi illirici greci” (Venezia, 1842) vol. I, p. 52, canto 4.
Un’altra traccia del collegamento tra il dialetto antico teramano e quello toscano si trova nell’uso di alcuni verbi in seguito caduti in disuso, fino alla scomparsa, come il verbo “amare”, sostituito da “vulè bbene”, e per di più trascritto in modo da far capire che la parola conservava parte dell’aspirazione toscana, resa ora con una semplice “h”, ora addirittura con una “g”, come nei versi :”’Na volte tu mme gamav’ e i’ te gamave”; “Tu mme game poch’ e i ‘ nu’ nte game niente”, o nella strofetta “Che sserve che ttu mme gam’e i te game ? / Che sserve cusctu bben che nce vuleme ? / Che sserve ch’unit’ a ttaula mangiame, / Quande la notte nu’ ddurmim’ assieme”, che è quasi la traduzione letterale di una strofetta del canzoniere toscano raccolto dal Tigri: “Che giova dir, ci amiamo , sì , ci amiamo ? / Che giova lo volerci tanto bene ? / Che giova che a una tavola mangiamo, / se poi di casa non istiamo insieme ?” (Tigri, p. 145, rispetto 547).
Peraltro, quest’ultimo canto è presente quasi con le stesse parole anche nel canzoniere napoletano raccolto dallo stesso Molinaro Del Chiaro “Nu iuorno tu m’amast’e i ‘ t’amaie, / Éramo fatte di’ core cuntente. / Tu me lassast’ e i ‘ t’ abbandunaie, / Tu m’ ame poco e i’nun t’amo niente.” (Molinaro Deal Chiaro, Canti del popolo raccolti in Napoli con varianti e confronti nei vari dialetti, Napoli, 1880, p. 235, canto 387).

Un ultimo, ulteriore esempio di questa somiglianza tra i canti teramani e i canti toscani è questo, che in teramano suonava così: “Care, si voi venir cu’ mme a la vigne, / Te haggiu fatte na bbella capanne. / T’aggiu fatte nu lette de gramigne, / lu capezzale de fronna de canne” e in dialetto toscano diceva: “Bella bellina, se vieni alla vigna, / ti ce l’ho fatta una gentil capanna. / Il letto te l’ho fatto di gramigna, / E le lenzuola di foglia di canna.” (Tigri, Canti popolari toscani, p. 130, canto 493)
Elso Simone Serpentini