Te voje fa ‘na casa ‘mmezze al mare,

frabbecàte a penne de pavone,

e ‘ndorne ‘ndorne la voje ‘ndorare,

tutta cupèrte de maggiore fiore.

E dendre te ce voje rinserrare,

pe’ nen te fa’ vedè manghe a lu sole.

Te voje mette dendre’a ‘na vetrine,

ciocchè lu sole nen te faccia brune.

Te voje fa ‘na palma de crestalle,

‘mmezze ce mette a tè coma ‘na stelle.

 

Il canto, risalente all’Ottocento e radicato nella tradizione orale di Castiglione nella provincia di Chieti, così come raccolto da Gennaro Finamore nel 1881, rappresenta una delle espressioni più alte della lirica popolare abruzzese, dove il sentimento amoroso si traduce in un’architettura visionaria e fantastica.

La struttura, che ricalca lo schema della canzone o dello strambotto, si apre con l’evocazione di un luogo impossibile, una casa in mezzo al mare costruita con penne di pavone, immagine che trasporta immediatamente il lettore in una dimensione onirica e surreale. L’uso di materiali preziosi e fragili come l’oro, i fiori e le piume riflette la volontà dell’anonimo poeta di sottrarre l’amata alla volgarità del quotidiano, elevandola a una condizione di assoluta rarità. Emerge una dialettica profonda tra il desiderio di protezione e l’istinto del possesso: il desiderio di rinserrare la donna e di metterla sotto una vetrina per difenderla dai raggi del sole non è solo un atto di gelosia arcaica, ma la ricerca di una bellezza incorruttibile, che non deve essere “imbrunita” dal contatto con il mondo esterno.

La trasformazione dell’amata prosegue fino alla deificazione finale, dove essa diventa una stella incastonata in una palma di cristallo, simbolo di purezza e ascesa spirituale. Il testo colpisce per la capacità di fondere la concretezza del dialetto con una sensibilità quasi barocca, dove l’iperbole diventa lo strumento necessario per descrivere un amore che non accetta limiti fisici o temporali. La ripetizione anaforica del “Te voje” conferisce al componimento un ritmo incantatorio, quasi magico, trasformando la dichiarazione in un rito solenne che consacra l’amata come un oggetto sacro, separato dal resto dell’umanità e protetto dalla fragilità luminosa del cristallo. I versi sono intrisi di un lirismo popolare straordinario, e rappresentano una dichiarazione d’amore che unisce la delicatezza della natura all’ardore del possesso. L’innamorato non si limita a sognare una casa per la sua bella, ma progetta un’opera d’arte impossibile. L’immagine finale della donna stella al centro di una palma di cristallo è di una potenza visiva incredibile, e ricorda quasi certi ex-voto o le preziose teche barocche, elevando l’amata ad una dimensione sacrale.

Il testo non si limita a descrivere un sentimento, ma progetta un’architettura dell’impossibile. La casa ‘mmezze al mare rappresenta l’isolamento assoluto degli amanti, un “locus amoenus” che sfida le leggi della fisica (le penne de pavone come materiale edile). L’uso dell’oro e dei fiori suggerisce un’estetica barocca, dove il lusso è l’unico standard degno dell’oggetto amato. Il tema centrale, tipico della poesia popolare arcaica, è quello della segregazione amorosa e viene trattato con un simbolismo trascendente che sposta il finale dal piano di una realtà fantastica al sacrale. L’amata viene oggettivata, trasformata in una reliquia o in un gioiello da contemplare senza poter essere sfiorato dal mondo esterno, perde la sua connotazione umana per diventare un punto di luce, un riferimento cosmico fisso.

 

Elso Simone Serpentini