Roberto Murolo (1912-2003)

Guglielmo Cottrau (1797-1847)

“Fenesta ca lucive” è una delle più celebri canzoni napoletane, cantata da grandissimi interpreti sia di musica cosiddetta “leggera” (tra cui Roberto Murolo e Gino Paoli) che da grandi tenori (Enrico Caruso, Giuseppe Di Stefano, Mario Lanza).  Vi è traccia anche nel film “L’oro di Napoli”, in cui Vittorio De Sica accenna questa canzone e Pier Paolo Pasolini amava tanto il brano da inserirlo nella colonna sonora di ben tre suoi film; “Accattone”, “Il Decameron” e “I racconti di Canterbury”. “Fenesta ca lucive” venne pubblicata nel 1842 dalle Edizioni Girard come opera di Guglielmo Cottrau, compositore francese, ma noto editore di melodie napoletane (1797-1847).

Tuttavia una “vulgata”  attribuisce il testo a Giulio Genoino e la musica a Vincenzo Bellini, attribuzione quest’ultima ritenuta da alcuni studiosi del tutto arbitraria.

 La canzone venne ripubblicata nel 1854 con l’arricchimento di due strofe dall’editore Mariano Paolella. Fino alla fine del XIX secolo, la leggenda popolare faceva risalire questa canzone all’insurrezione di Masaniello, ma si diceva che la sua origine fosse ancora più antica e non di matrice strettamente napoletana, ma addirittura siciliana, databile intorno al 1563, ispirata ad una poesia cinquecentesca del poeta siciliano Matteo di Ganci, incentrata sul tragico assassinio della nobildonna Laura Lanza di Trabia, meglio conosciuta come la baronessa di Carini. Il testo sarebbe stato tradotto in lingua napoletana soltanto nel 1854 da tale Mariano Paolella, creando la versione che tuttora conosciamo, data però per lo più come canzone di autore anonimo. Se la composizione letteraria risale, probabilmente, al Cinquecento, quella musicale è individuabile non prima degli inizi dell’Ottocento, ma l’attribuzione è assai complessa, c’è chi l’attribuisce a Bellini e chi addirittura a Rossini. Molto più verosimile è la versione che vede Luigi Ricci fornire il testo al celebre Cottrau e realizzarne insieme a questi una riduzione, attingendo dal compositore di Pesaro e da quel di Catania.

Fenesta ca lucive

(versione Gugliemo Cottrau)

Fenesta ca lucive e mo nun luci,
Sign’è ca nenna mia stace ammalata.
S’affaccia la surella e mme lu dice:
“Nennella toja è morta e s’è atterrata.
Chiagneva sempe ca durmeva sola,
Mo dorme co’ li muorte accompagnata!”

Va’ dint’ ’a cchiesa e scuopre lu tavuto,
Vide nennélla toja comm’è tornata
Da chella vocca ca n’ascéano sciure,
Mo n’esceno li vierme, oh che piatate!”
“Zi’ parrocchiano mio, abbice cura,
na lampa sempe tienece allummata.”

Addio fenesta, restate ’nzerrata
Ca nenna mia mo nun se po affacciare
Io cchiù nun passarraggio pe’ ’sta strata,
Vaco a lo camposanto a passìare!
’Nzino a lo juorno ca la morte ’ngrata,
mme face nénna mia ire a trovare!..

Fenesta ca lucive

(Versione Mariano Paolella)

Fenesta che lucive e mo non luce,
Fuorze nennella mia stace malata?…
S’affaccia la sorella e che mme dice?
“Nennella toja è morta e s’è atterrata
Chiagneva sempe ca dormeva sola,
Mo dorme co li muorte accompagnata!”

“Cara sorella mia, che mme dicite?
Cara sorella mia, che me contate?”
“Guardate ‘ncielo, si non me credite,
Purzi li stelle stanno appassionate
È morta nenna vosta ah si chiagnite,
Ca quanto v’aggie ditto è beretate!”

“Iate a la cchiesia e la vedite pure;
Aprite lu tavuto e che trovate?
Da chella vocca ca n’asceano sciure
Mo n’esceno li vierme, o che piatate!”
“Zi Parrochiano mio, tienece cure
Li llampe sempe tienence allummate.”

Fenesta ca lucive

(versione di Roberto Murolo)

Fenesta che lucive e mo nun luceSign’è ca nenna mia stace malataS’affaccia la sorella e mme lu dice“Nennella toja è morta e s’è atterrata”

Chiagneva sempe ca durmeva solaMo dorme co’ li muorte accompagnata

Mo dorme co’ li muorte accompagnata

Addio fenesta, restate ‘nzerrataCa nenna mia mo nun se po’ affacciareIo cchiù nun passarraggio de’ ‘sta strataVaco a lo camposanto a passiare

Zì parrocchiano mio, tienence cura‘Na lampa sempe tienece allummata

‘Na lampa sempe tienece allummata

“Fenesta ca lucive” è un lampante esempio di come la nostra musica sia un insieme di esperienze che camminano, si evolvono col trascorrere dei secoli, lontane dall’essere a sé stanti. Ne è la prova che esiste una versione “classica” del testo napoletano, risalente alla pubblicazione delle edizioni Girard del 1842, ma ne esistono anche due versioni abruzzesi, entrambe raccolte dallo studioso Gennaro Finamore (1836-1923) e da lui pubblicate nel 1880.

Se, come è presumibile, le raccolse da persone anziane, di non meno 40 anni di età, quindi nel 1840, la stessa epoca della pubblicazione della versione napoletana, sorgono interrogativi assai interessanti sulla differenza tra il testo napoletano e quello delle due versioni abruzzesi, obbligandoci a dare delle risposte impegnative sugli eventuali collegamenti. Le differenze sono diverse e sostanziali, in quella napoletana è solo la sorella che si affaccia e dà all’innamorato la ferale notizia della morte dell’amata.

Nella versione abruzzese di Gessopalena si affacciano anche la mamma “tutta nere” e poi il “patre”, “scunzulate”, e nella seconda strofa l’innamorato si rivolge ai monaci e ai preti e perfino alla fune della campana che ha suonato a morte, prima di dire che nella boccuccia dell’amata, che prima era un fiore, ora ci sono i vermi per le patate (concetto presente anche nella versione napoletana) e che nemmeno in paradiso vuole andare se non ci sta la sua amata (concetto questo presente nella versione abruzzese di Gessopalena).

Nell’unica strofa della versione di Casoli, si affaccia solo la mamma, ma dice solo che figlia è malata, per cui l’innamorato spera ancora nella guarigione della sua amata e sul fatto che lei possa tornare a pronunciare il suo nome.

Finamore riporta anche una versione aquilana, che presenta notevoli varianti. Ad affacciarsi per annunciare all’innamorato la morte della sua amata è la madre, che indica il luogo dove la figlia è sotterrata, la Chiesa di Santa Maria, sulla destra, di fronte al gonfalone, e c’è una scritta: “Morta d’amore”. Ma la madre precisa che la figlia non è morta per amore verso un giovanetto, né per affetto, è morta per affanno, per amore di un tiranno. Segue il pianto causato dal ricordo delle “manucce belle”, degli “occhietti belli”, della boccuccia d’oro, si chiede quale cuore d’acciaio abbia potuto sotterrarla. La conclusione è la stessa delle altre versioni: prima piangeva perché  dormiva sola, adesso dorme in compagnia dei morti.

Se l’ipotesi che “Fenesta ca lucive” si sia originata in Sicilia e sia arrivata a Napoli spostandosi verso nord è incredibile, così come l’ipotesi che possa essere opera di Bellini, è certo che il celebre brano si sia diffuso da Napoli alle province napoletane, andando verso nord e sia pertanto arrivato anche in Abruzzo, subendo via via diversificazioni nel testo, non nella musica. Questo ha fatto sì che si siano trovate delle versioni abruzzesi, con varianti. In tutte rimangono, meno che nella versione di Casoli, dove si spera ancora in una guarigione, l’ispirazione e il tema del brano. L’innamorato è partito e, tornato nel suo paese (Napoli?) ha saputo che la sua amata è morta, per questo traspare nelle parole della sorella, o della mamma, un tono di rimprovero (nella versione aquilana c’è più di un rimprovero, c’è l’accusa di essere un tiranno), per essere partito e per essersi disinteressato per qualche tempo dell’amata lasciata in paese, per questo nelle versioni più antiche gli viene suggerita o imposta un’azione macabra che suona come “una punizione”: andare al cimitero e vedere (o immaginare) nella bara il corpo in decomposizione dell’amata.

Elso Simone Serpentini