Nella mitologia greca è comune che qualche dio, a partire da Zeus, faccia ricorso alla metamorfosi, trasformandosi in un animale per corteggiare e sedurre qualche donna mortale. La più celebre trasformazione è quella di Zeus, che diventa un cigno per sedurre Leda, moglie del re di Sparta, Tindaro. Ma la metamorfosi poteva essere anche al contrario, cioè finalizzata a non farsi sedurre. Atteone, giovane cacciatore, sorprende la dea Diana mentre fa il bagno e lei, sbigottita in un momento così delicato, in un moto di rabbia trasforma in un cervo Atteone, che non riconosciuto dai suoi stessi cani da caccia, viene sbranato.
Anche negli antichi canti popolari abruzzesi è presente la metamoforsi, evocata in contesti seduttivi, ma praticata per resistere al tentativo di seduzione o ad un corteggiamento troppo insistente. In un canto raccolto da Gennaro Finamore nel 1881 nella zona di Archi, la corteggiata minaccia di trasformarsi in un animale o in una cosa inanimata, ma il corteggiatore non desiste e si dice capace e deciso a trasformasi anche lui in qualcuno, sempre in forma umana, per raggiungere il suo scopo. Lei dice che si trasformerà in un pesce e lui risponde che diventerà un pescatore e la pescherà, allora lei dice che si trasformerà in una vite e lui risponde che si farà potatore e la poterà, lei dice che si trasformerà in vino e lui annuncia che diventerà un giocatore e la berrà. Lei non desiste: dice che si trasformerà in aceto, e lui risponde che allora andrà all’orto a cogliere l’insalata e così riuscirà a mangiarla. Nella forma di un canto di corteggiamento a dispetto, i versi compongono un piccolo capolavoro: il corteggiatore si fa successivamente pescatore, potatore, giocatore e ortolano pur di conquistare la sua bella.
– Me facce pesce e me ne vaje a mmare.-
– So’ piscatore je, ti vinghe a pescà. –
– Me facce vite, e me vaje a ppiandà. –
– So’ putatore, ti vinghe a putà. –
– E ggià che putatore te vu’ fa’,
me facce vine e ti vi’ a rripusà. –
– Si tti fi’ vine e ti vi’ a repusà,
so’ giucatore, te vinghe a pruvà. –
– E ggiàche giucatore ti vu’ fà,
mi facce cète e… quanne ne vulite. –
– Je èndre all’orte e coje la ‘nzalàte,
ècchete, bbella mia, ca t’ò ppruvàte. –
