Vola vola vola…

 

Nel 1922 Luigi Dommarco, nato ad Ortona nel 1876, ha 46 anni, è nel pieno della propria creatività. Prima artigiano, ha avuto un impiego presso il comune della sua città natale , ma come giornalista, firma alcuni articoli in diverse riviste. Soprattutto scrive belle poesie in dialetto ortonese, che nel 1918 raccoglie nella pubblicazione “Li rose di Urtone”, che ha un buon successo. Dal 1909 è sposato con una maestra elementare, Annunciata Spinelli.

Luigi Dommarco

Alcuni suoi versi sono stati musicati da un suo concittadino, il compositore Guido Albanese, più giovane di lui, che, nato nel 1893, nel 1922 ha 29 anni e nel 1914, quando aveva appena 21 anni, ha messo in musica successi la sua poesia “Che scià bbinedette Urtone”. La loro collaborazione è proseguita felicemente. Albanese è pronipote del celebrato compositore ortonese Francesco Paolo Tosti, e già da studente liceale ha manifestato un forte interesse per la musica. Trasferitosi a Roma per studiare composizione, allo scoppio della prima guerra mondiale ha interrotto gli studi e ha raggiunto il fronte come ufficiale dei bersaglieri. Al termine della guerra si è recato a Bologna dove, ha conseguito il diploma in composizione al Liceo musicale “G. B. Martini” nel 1921. Torna ad Ortona deciso a dedicarsi alla composizione e alla tradizione musicale della sua terra abruzzese. L’anno prima del diploma, come direttore del coro, ha partecipato all’organizzazione della prima Maggiolata Abruzzese di Ortona, manifestazione di canzoni dialettali, presentando alcuni suoi brani, tra il trittico Terra d’ore (comprendente “La Smarroccatura”, “Quand’arvè le prime rose” e “La Villigne”), su versi di Luigi Dommarco, “Lu piante de le fojje” e “L’acquabbelle”, entrambe su versi di Cesare De Titta, “Core mé” e “Ci manche all’Adriatiche ‘na perle”, di cui egli stesso ha scritto le parole.

Luigi Dommarco ha scritto quattro strofe rievocando un antico gioco infantile, nel quale alcuni ragazzi raccolti intorno a un compagno poggiano l’indice sul suo ginocchio e il ragazzo che comanda il gioco pronuncia rapido le parole «Vola vola vola…» e il nome di un animale. Se si tratta di un animale volante, gli altri devono «volare», sollevando il dito, altrimenti no. Chi sbaglia è costretto a pagare pegno. Nei versi di Dommarco la rievocazione del gioco diventa una canzone d’amore, che evoca un corteggiamento infantile, in modo nostalgico e delicato, ma anche un po’ malizioso. Se i fiori nascono in primavera, l’amore nasce dalla fanciullezza (“la citilanze”) e adesso che non si è più bambini i baci e la carezze dispensati un tempo con generosità hanno acquisito un altro significato, e l’innamorato sogna di riavere quelli di Maria, tanto ingenui quando si “pazziava” a “Vola vola”.

Eppure una volta, per riscattare un fazzoletto dato come pegno per aver alzato la mano quando era stato nominato un animale che non volava, lui è stato “condannato” a baciarla, ma lei gli ha imposto di inginocchiarsi prima di darle il bacio. Lui ricorda quel momento con emozione, così come la ricorda quando era una “pupuccia capricciose” (una pupetta  capricciosa), con le trecce che pendevano e la frangetta (“la fruntine”), adesso invece si è fatta seria e vergognosa, e ha gli occhi che danno tormento e affascinano (“trascìne”). Quando lei lo guarda in faccia, a lui sembra di sognare. Se gli vuole ancora un po’ di bene, come gliene voleva un tempo, non gli deve togliere il sonno e la speranza, non necessariamente di un bacio vero, da amanti, gliene basta anche uno “a pizzichille”, con le labbra si sfiorano appena mentre le mani danno un piccolo pizzicotto sulle due gote. Il ritornello che arrichisce le quattro strofe dà il titolo alla canzone: “Vola, vola, vola…”, è la frase che dava inizio ogni volta al gioco e invitava a dire subito che l’animale che stava per esse nominato volasse o no. Dommarco non può che affidare i suoi versi all’amico Albanese per farglieli musicare, e Albanese li musica. Entrambi sono convinti che si tratta di una canzone molto bella.

La presentano al primo Concorso regionale per la festa delle canzoni di Lanciano che, voluta dall’ “Organizzazione Intellettuale d’Abruzzo”, si svolge dal 18 al 19 aprile 1922. La canzone viene inclusa al n. 15 della categoria professionisti con altre venti canzoni (24 sono quelle della categoria dilettanti), contrassegnata con il motto: “Je stenghe appassionate e sembre cante, cusindre se je stesse allegramente” (Sono angosciato e sempre canto, immagina se fossi allegro). La giuria è presieduta dal celebre compositore abruzzese Camillo De Nardis (all’anagrafe: Luca de Nardis; Orsogna, 26 maggio 1857 – Napoli, 5 agosto 1951).

Entrambi gli autori rimangono assai delusi, soprattutto per Albanese che vede «bocciata» la sua musica, mentre il testo di Dommarco si classifica al sesto posto. Albanese è a Milano quando riceve la notizia. Pensa al titolo del suo testo bocciato e ad alcuni versi con cui Giovanni Pascoli (di cui è appassionato) aveva cercato di alleviare la delusione di Giacomo Puccini dopo il fiasco alla Scala di “Madama Butterfly”, inviandoglieli scritti su una cartolina: “Caro nostro e grande Maestro / la farfallina volerà […] Vola, vola, farfallina / a cui piangeva tanto il cuore / e hai fatto piangere il tuo candore”. Albanese invia al sindaco di Lanciano, l’avvocato Enrico D’Ovidio, un telegramma in cui scrive: “Vola vola vola volerà. Guido Albanese”, poi invita Dommarco a ripresentare la canzone pochi giorni dopo alla 3° Maggiolata abruzzese, che si svolge ad Ortona. Questa volta, in patria, arriva il primo premio, che tocca anche ad un altro brano, un testo dell’atriano Luigi Illuminati musicato da Antonio Di Iorio, “Mare nostre”. “Vola vola vola” viene ripresentata di nuovo pochi giorni dopo, il 18 giugno 1922, alla “Festa delle canzoni” che si svolge a Teramo, al Teatro Comunale, su iniziativa di Tommaso Bruno Stoppa, direttore del “Corriere Abruzzese”.

La canzone è la prima del secondo gruppo e il pubblico in delizio ne decreta il trionfo. Arriva il primo posto assoluto, con 249 voti, mentre alla seconda classificata toccano solo 89 voti e alla terza 63. Da quel momento, come aveva telegrafato Dommarco al sindaco di Lanciano, la canzone spicca il volo. Venne bissata cinque volte, poi dopo trionfo, si mosse il corteo per le vie di Teramo, con i carri che sfilarono lungo Corso San Giorgio, e la gente la cantava, tra lo sventolio di fazzoletti, gli applausi e gli evviva. Mentre il Corteo entrava in piazza Garibaldi, cominciò a piovere e la folla trovò riparo sotto il tendone del Circo Equestre Truzzi, che si trovava proprio nei pressi. Mentre la pioggia aumentava d’intensità tutti cantavano a squarciagola: “E vola vola vola…”. La canzone divenne l’inno nazionale abruzzese, specie dopo che la consacrazione internazionale arrivata con la conquista del primo posto, su sessanta brani partecipanti, al Festival di Parigi che si svolse il 29-31 maggio 1953, arrangiata dal M° Nello Sigurini. La vittoria diede a “Vola vola vola” un nuovo grande impulso, che la portò ad essere eseguita da numerosi grandi artisti (tra cui Claudio Villa, Gigliola Cinquetti, Rosanna Fratello e Mina) e ad aprirsi la strada ad un grande successo discografico. Solitamente vengono eseguite solo tre strofe, con ripetizione della prima (quella del pavone) e omissione della terza, quella del “hallinàcce”.

Solo pochi cori in Abruzzo eseguono la versione integrale a quattro strofe, compresa la terza sul gallinaccio e la seconda del testo originale, quasi del tutto scomparsa, in cui si chiede se a volare sia “la ciamarèlle”, la farfalla. Eppure sarebbe bello non ometterla, perché, telegrafando al sindaco di Lanciano che la sua “Vola vola vola” sarebbe volata, Albanese pensava che lo avrebbe fatto come Pascoli aveva assicurato a Puccini che lo avrebbe fatto la sua “Butterfly” (termine inglese di farfalla).

 

L’armonizzazione del M° Enrico Melozzi ha reso il brano assai accattivante per le nuove generazioni, disabituate al sound espressivo dei cori polifonici, e lo ha promosso presso un pubblico assai vasto, che ne ha decretato un successo strepitoso. “Vola vola vola”, come si è detto, aveva già conosciuto una grande notorietà, che si era diffusa ben oltre i confini regionali e perfino nazionali, diventando un punto di riferimento per gli abruzzesi all’estero, ma anche per i pubblici stranieri.

“La Notte dei Serpenti” ha conseguito un rilancio di grande risonanza del brano e la simpatia e l’abilità canora della giovanissima Teresa Scalese, che lo ha cantato nella seconda edizione (1924) con la sua splendida voce, ne ha fatto risaltare tutto il fascino.  La sua dolce musicalità, la sua autentica e spontanea brillantezza hanno avuto meriti indiscutibili nel raggiungimento di questo risultato.

Elso Simone Serpentini

 

Teresa Scalese