“Zurle” un canto popolare abruzzese nuovo che sembra antico
08/12/2025
“Zurle” vuole essere un piccolo affresco della cultura popolare abruzzese, in cui il gioco infantile diventa metafora della vita comunitaria. Il termine “zurlà” (o “zurlì” o “zurlià”, a seconda dell’area regionale), che deriva da un termine ancora più antico, “giurle” (collegato con il dialetto toscano) significa saltare, rincorrersi, fare burle, rimanda al mondo dell’infanzia, ma nel contesto della tradizione rurale assume un valore più ampio: è il linguaggio primordiale con cui una comunità intera esprime vitalità, coesione e appartenenza. La scena descritta nella canzone – una sfida quotidiana tra chi canta, chi corre, chi urla, chi ride – evoca le piazze, i vicoli e gli spiazzi dei borghi abruzzesi di un tempo, quando la socialità non era programmata, ma nasceva spontaneamente. È un’umanità in movimento, rumorosa e allegra, che si anima attorno a un rituale collettivo fatto di giochi, scherzi e improvvisazioni, dove chiunque può partecipare e riconoscersi.
Nel contesto sociale evocato dal canto e dal video la “zurle” non è semplice scherzo, ma una forma di equilibrio sociale: un codice non scritto che permette alla comunità di ridere delle proprie vanità, di sgonfiare le pretese di chi si crede furbo, di mettere in scena – con leggerezza – un rovesciamento temporaneo delle gerarchie. Accanto a chi balla, suona o si gode una risata, compaiono figure tipiche: il ragazzo che, furbo e goloso, mangia tutto ciò che gli capita a tiro, il ragazzo che crede di aver inventato il mare e vara in uno stagno una barchetta di carta che ha costruito per gioco, su cui immagina di salire con i suoi compagni di gioco, ma l’immaginazione poi si spegne davanti alla realtà e la barchetta che, bagnata presto affonda, diventa simbolo di illusioni che si frantumano con dolcezza nel gioco collettivo. È l’infanzia come luogo in cui si impara la fragilità del reale, ma senza amarezza: tutto è gioco, tutto è zurle, e proprio per questo tutto è condiviso.
Il ritornello, con l’immagine della “votte piene e tattavolle”, introduce un elemento profondamente radicato nella ritualità agricola abruzzese. Quel “tattavolle” richiama il carducciano “ribollir dei tini” della sua poesia “San Martino”, in riferimento al fermentare del vino nuovo nelle botti che sprigiona un odore che rallegra gli animi. Il suono vivo delle botti colme durante la vendemmia, quando il mosto fermenta e la cantina vibra di un’energia quasi magica, si intreccia con il mondo del gioco e quello del lavoro contadino, perché nella cultura rurale abruzzese la festa e la fatica non erano mai disgiunte: la vendemmia era momento di cooperazione, abbondanza simbolica, canto e convivialità, e anche i bambini partecipavano a modo loro, con i loro schiamazzi che si mescolavano ai rumori del vino nuovo.
“Zurle” recupera, nel testo e nella allegra musica di Enrico Melozzi, questo paesaggio sonoro e lo trasforma in ritmo narrativo, facendone un’eco della memoria collettiva. Nel suo insieme, il canto ricostruisce un Abruzzo popolare e comunitario in cui il gioco è più di un passatempo: è un modo di stare al mondo. Racconta una società in cui il confine tra infanzia e età adulta era più permeabile e in cui l’identità si costruiva attraverso gesti semplici, relazioni spontanee, rituali condivisi. Oggi quel mondo è in gran parte scomparso: le piazze si sono svuotate, i bambini giocano meno per strada, il ritmo comunitario si è fatto più rarefatto. Ma il brano non è nostalgico: è un atto di memoria culturale, un richiamo a un patrimonio di vitalità, ironia e socialità che appartiene ancora alla sensibilità abruzzese. La “burla” e la “zurle” diventano simboli di una leggerezza antica che continua a sopravvivere nei racconti, nei dialetti, nelle feste popolari e nella capacità di ridere insieme, una capacità che, forse più di molte altre, definisce l’anima profonda dell’Abruzzo.
Elso Simone Serpentini