Il rito di San Domenico del 1° maggio con i famosi serpari di Cocullo è l’immagine che viene evocata dalla Notte dei Serpenti, evento ideato e diretto dal M° Enrico Melozzi. Siamo alla terza edizione, ma la curiosità intorno a questo simbolo anziché diminuire, cresce ancora di più.
“Che significa il serpente?”
“Abbiamo il lupo, l’orso nei nostri parchi!”
“L’Abruzzo non è solo Cocullo”
“Il serpente non ha mai rappresentato l’Abruzzo! “
Il Maestro ha sempre insistito sul significato che il serpente ha nei riti collettivi e liberatori, come simbolo che ci riporta al passato con tutta la sua carica di rispetto nei confronti di usi e costumi che ci hanno caratterizzato per molto tempo.
Approfondiamo la questione.
È vero che solo a Cocullo abbiamo il famoso rito dei serpari che nel tempo ha sovrapposto al rito pagano in onore della dea Angizia, il rito cristiano della venerazione di San Domenico che protegge dai morsi dei rettili, dal mal di denti e dalla rabbia. Infatti i primi simboli legati ai serpenti li troviamo in Abruzzo proprio tra i popoli italici dei Marsi famosi per la loro bellicosità, ma anche come incantatori di serpenti e conoscitori di erbe, antidoti e veleni. Le popolazioni italiche adoravano la dea Angizia e la rappresentavano come una sorta di dea-madre, simbolo di fecondità, circondata da vegetali e animali, con capelli a serpentelli. La festa di San Domenico a Cocullo oramai ha una risonanza mondiale, ma molti antropologi, come Giuseppe Profeta e Lia Giancristofaro, concordano sul fatto che il rito dei serpari di Cocullo, legato a San Domenico, non abbia un collegamento al rito dei Marsi e della dea Angizia, in quanto tra la fede pagana e quella per San Domenico (XI secolo, documentata con certezza nel XVI secolo), intercorre troppo tempo. Tuttavia di questi culti antichi oggi troviamo eco anche altrove come nelle feste di Pretoro dove si festeggiano proprio i rettili all’inizio del mese di maggio. Altre feste serpentine si possono ritrovare in altre località della Marsica, come il bacino del Fucino, o nei paesi di Atessa e Pacentro, aree di sismicità e in questo caso la figura del serpente è legata ai terremoti. Nella Marsica c’è un paese che si chiama Sant’Anatolia in onore della Santa, Anatolia appunto, venerata perché riuscì a salvarsi e a salvare il suo carnefice dai morsi del serpente. Il serpente, dunque, come simbolo di guarigione ma anche di rinnovamento.
Se diamo uno sguardo ad altre località abruzzesi, sembra curioso ma è pura verità, a Teramo, nel seminterrato di Palazzo Savini, dove il M° Melozzi da bambino andava a giocare, si trova un bellissimo mosaico datato intorno al II sec. a.c. detto il Mosaico del Leone. Il pavimento rappresenta la scena di un leone in posizione di attacco, la zampa anteriore artiglia un serpente che, a sua volta, attorciglia la coda attorno alla zampa posteriore del leone. È sicuramente una testimonianza della dominazione romana perché mosaici similari si sono trovati anche a Pompei e a Tivoli; ma quale significato è da attribuire alla scena?
Sembra una lotta tra il bene e il male.
In effetti il leone per i Romani era l’emblema della forza e del coraggio, il serpente era associato ai pericoli, alle forze maligne. Questa simbologia era per celebrare eroi o anche vittorie militari o forse per celebrare il potere e la superiorità romana o di una famiglia locale.
E allora che significato dare all’immagine del tempietto domestico con i Lari (le divinità protettrici della casa) e con il serpente? Dagli scavi archeologici di Truentum (Martinsicuro), molto vicina a Teramo sono stati portati alla luce alcuni oggetti, tra cui una colonnina dipinta che potrebbe far pensare alla presenza di un larario simile a quello celeberrimo di Pompei, nella casa dei Vettii in cui l’immagine riporta un tempietto domestico con i Lari (le divinità protettrici della casa) e con un serpente.
Questo fa capire che in quei luoghi dove i Romani avevano colonie o insediamenti esisteva il culto del serpente che fungeva da custode della domus. All’interno di una casa privata, la presenza di uno o due serpi su di una parete che ospitava il larario, aveva il preciso scopo di rammentare a tutti coloro che venivano introdotti nell’ambiente, come quella parte dell’edificio fosse destinata a scopi sacrali e come tale andasse rispettata.
Il serpente per i Romani era anche simbolo di protezione della casa, dunque non un elemento negativo, ma figura benevola che veglia sui defunti e sulla famiglia.
L’Abruzzo sorprende ogni volta che si toglie il velo della non conoscenza! Andiamo ancora alla scoperta della presenza del serpente e della sua simbologia.
Al MuND’A, Museo Nazionale D’Abruzzo, si trova un’ urna cineraria in pietra calcarea il cui coperchio raffigura un serpente attorcigliato, proveniente da Amiternum, L’Aquila e datata fine I sec. a.C. – inizi I sec. d.C.. Cosa simboleggia il serpente nelle tombe?
Sicuramente è posto come una sorta di guardiano che protegge la memoria del defunto o in alcuni contesti la rinascita, nel senso che come il serpente cambia pelle e si trasforma, anche l’uomo può augurarsi un’altra vita.
Il serpente in Abruzzo lo ritroviamo un po’ dappertutto, sia legato alla dea Angizia come protezione da alcuni malanni, sia dove la cultura romana ha lasciato le sue tracce nel significato di rispetto e legame con i propri antenati o di lotta tra bene e male, sia infine come emblema di Santi che proteggono la popolazione. Cocullo, Pretoro, Teramo, l’Aquila, Martinsicuro, Atessa, Pacentro e i paesi del bacino del Fucino sono tappe che ci hanno svelato come il serpente sia un simbolo complesso di mistero, forza e trasformazione che ha affascinato gli esseri umani per secoli. Lo stesso Flaiano ne resta sedotto dalla complessa simbologia che si può applicare nel quotidiano: “L’Uomo non combatte contro il Fato, ma è un povero Laocoonte vittima ironica di serpenti domestici che lo seguono dappertutto e che non vogliono soffocarlo ma soltanto difenderlo dalle cattive compagnie. E l’Uomo non sa nemmeno se, riuscendo a liberarsi dai serpenti, sarebbe più felice; e se invece i serpenti non sono addirittura la sua ragione di vita.”
Il serpente dai molteplici significati, oggi recupera dal passato il senso di legame con la propria terra e con i propri padri. La Notte dei Serpenti sta diventando un evento identitario che unisce canti e balli della tradizione abruzzese, in un magico viaggio nel tempo, con nuovi ritmi e nuovi messaggi per unire passato e presente, memoria e attualità, grandi e piccoli. E il canto diventa rito collettivo che unisce tutti come un uroboro, il serpente che aggancia con le fauci la sua coda, come segno di rigenerazione continua.
Gabriella Serafini Blasiotti